Fatta l'Italia (del rugby), ora facciamo gli italiani. La palla ovale non sarà mai sport di massa, finché non si capisce la differenza tra sport e tifo

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Nei commenti a un mio post precedente sono state due le risposte che mi hanno colpito. Ed è proprio da esse che voglio partire. Per far crescere il movimento rugby in Italia serve prima la visibilità o prima devono arrivare le vittorie? Gli italiani sono pronti ad appassionarsi a uno sport senza che l'Italia vinca trofei e mondiali? In Italia può, in pratica, esistere lo sport senza il tifo?

Silvia, nel suo commento, descrive questo dialogo: "Chi non conosce questo sport è capace solo di dire: 'ma l'italia ha perso.' 'Sì, ma hanno giocato benissimo'.  'Sì, vabè, ma ha perso'. Fine del discorso". E conclude dicendo che al rugby, per crescere come pubblico, servono le vittorie.
Dane contesta questa posizione: "Sento infatti spesso parlare di sport che avrebbero bisogno di successi italiani per diventare popolari. Balle, è esattamente il contrario: dai spazio ad uno sport e lo rendi popolare: questo farà arrivare le vittorie".
Chi ha ragione? Forse entrambi, ma credo che Dane abbia una visione troppo positiva di noi italici. Il dialogo descritto da Silvia, infatti, lo sento ogni volta che parlo di rugby con amici o conoscenti che non seguono la palla ovale regolarmente. Io ho 33 anni, quindi la mia generazione all'inizio degli anni '80 aveva tra i 6 e i 12 anni. Alzi la mano chi, tra di loro, non ha tifato Juventus in quegli anni. Perché? Perché vinceva tutto, e i bambini tifano chi vince, devono essere felici, non accettano l'idea di sconfitta. Ecco, noi italiani siamo dei perenni bambini. Se non vinciamo il giochino non ci piace più e lo buttiamo via. E' successo con lo sci nel "dopo Tomba", nel ciclismo "post Pantani". E succede nel rugby. In Italia siamo abituati a essere tifosi, non sportivi.
L'esempio più lampante l'ho visto nel 6 Nazioni dell'anno scorso. L'Italia vince due partite, ottiene le prime pagine dei quotidiani, c'è la rugbymania. Poi arriva Italia-Irlanda. Noi non abbiamo più nulla da perdere (né da vincere), loro sono in lotta per il Trofeo. Il primo tempo ce lo giochiamo alla pari, grande prova degli azzurri. La ripresa è un'altra storia. Meta dopo meta soccombiamo. Ma l'orgoglio, la voglia di onorare il campo non muore e segnamo due mete. Due mete che condanno l'Irlanda, che perderà il titolo per differenza punti.
I commenti dei novizi appassionati? Negativi: sottolineano la sconfitta, parlano di disfatta, criticano tutti i giocatori, si disaffezionano. Io quella partita l'ho vista in modo opposto a tutti loro. Ho visto una bella partita, giocate appassionanti e di classe, trenta giocatori che davano tutto in campo. Insomma, io mi sono divertito, anche senza poter festeggiare alla fine. Ma a molti non basta. Perché? Perché in Italia siamo abituati a campionati (di calcio) dove all'ultima giornata le squadre che non hanno più traguardi cedono senza combattere contro chi è in lotta per lo scudetto o per salvarsi. E' normale, in Italia, non giocare quando non c'è nulla da vincere. Al Flaminio, quel giorno, abbiamo visto un altro sport. Uno sport dove anche se non hai più nulla da dire non lasci il campo. Dove combatti fino all'80, palla su palla, onorando gli avversari e i tifosi. Questo è quello che quel giorno ha fatto l'Italia. Ma noi italiani non l'abbiamo visto. Perché? Perché in Italia, purtroppo, esistono tifosi e non sportivi.

In conclusione, hanno torto sia Silvia sia Dane secondo me. Non servono le vittorie e non serve la visibilità. Quello che serve, in Italia, è un nuovo, vero, concetto di sportività

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