Chiacchierata con Marco Paolini, questa sera in diretta su La7 con "Album d'Aprile"

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Artista, attore, autore. Parolaio. Nel senso buono del termine. Marco Paolini è tutto questo, ma anche di più. Considerato autore di nicchia, l'ha allargata a misura di se stesso, ottenendo successi televisivi incredibili in un periodo di Grandi Fratelli e Piccole Sorelle. E stasera, diretta su La7 alle ore 21.30, è di nuovo sul palco, questa volta a parlare di rugby, di politica, di storia con il suo Album d'Aprile. La sua. Abbiamo posto a Marco qualche veloce domanda su cosa ci aspetta stasera e su cosa è, per lui, il rugby.

Oggi vedremo, finalmente, “Album d’aprile”. E’ una rivisitazione del tuo “Aprile ’74 e 5”?
Lo spettacolo non è cambiato nella sostanza. L’unica variazione di peso è l’introduzione di una sorta di “prologo”, che io propongo attraversando la platea e dialogando con gli spettatori, nel quale emergono come schizzi o come una sintesi delle puntate precedenti alcuni momenti significativi tratti dagli Album che precedono “Aprile”. Con “Aprile” siamo alla metà degli anni Settanta, ma non si può capire il peso dei personaggi citati senza almeno intuire il loro percorso. Così come non si può comprendere l’atmosfera politica nella quale vive il gruppo di ragazzi al bar dalla Jole e al campo da rugby senza considerare che lo stesso gruppo viene dall’oratorio, dal campetto da calcio e dal “zogar a balòn” nelle strade di una provincia che non aveva i connotati che ha ora.

Aprile, che racconta gli anni settanta, dè nato quasi 15 anni fa. Cosa ha da dire oggi questo spettacolo?

Se fosse solo un racconto generazionale, non mi interesserebbe più. Non lo farei. Non mi interessano le celebrazioni degli anni Settanta, perché mi sembra di imporre a chi viene dopo una specie di liturgia aggiuntiva sul calendario. Per me gli anni Settanta non sono l’età dell’oro, anche se sono comunque una grande opportunità sprecata. Negli anni Settanta, attraverso la politica e la partecipazione, si poteva ancora fare qualcosa. Ecco, oggi è necessario togliere quel senso di contrapposizione ideologica epocale per far emergere la ricerca di un senso alle dinamiche politiche (e non solo politiche). A guardare oggi quelle contrapposizioni, gli scontri tra “i cumunisti” e “i fassisti” sono guerre dei bottoni o poco più.

Anche il rugby oggi è cambiato?

Così come la politica di cui parlo è provinciale rispetto a oggi, mi son reso conto che anche il rugby di cui parlo è un rugby di provincia. È il rugby senza il professionismo. In “Aprile” racconto uno sport che non è spettacolo, non si pagava il biglietto o quasi per vedere quei giocatori in campo. E soprattutto chi gioca non è pagato, è normale che abbia un lavoro.

Il professionismo ha portato solo l’intervallo più lungo per mandare gli spot e pagare i giocatori?

Sono cambiate le regole, per rendere le azioni più veloci e spettacolari, vediamo dei supercorpi che danno l’idea quasi di un circo dei gladiatori. Ecco, non era così: la cosa straordinaria era che tutti quelli che non sapevano giocare a calcio potevano giocare a rugby. Su 15 maglie c’era un ruolo per ogni tipo di corpo. E al campo scoprivi un sistema di regole, che ti prendevano e ti affascinavano. Nel rugby come nella politica di cui racconto c’è un progetto di società: io in qualche modo conto solo in mezzo agli altri, devo maturare la pazienza perché non posso fare solo quello che voglio io, devo fare fatica perché me lo chiede la squadra.

Ma come è riproporlo oggi, dopo 15 anni, per Marco Paolini?

In effetti, dopo 15 anni pensavo di poter usare questa storia come un testo, pensavo di giocare con il bisturi e di fare una plastica. Invece non è così. È di nuovo una sfida: vedere se son di nuovo capace di mettermi la maglia, se le scarpe vanno ancora bene. In questo canovaccio io racconto gli anni Settanta per prenderli in giro. Non faccio memorie agiografiche, non ho un pedigree da difendere. La politica di cui parlo la prendo per il culo con affetto. E non è satira, vorrebbe essere piuttosto uno scherzo ironico con cui cerco di salvare il bambino mentre butto l’acqua sporca. Forse è un po’ monicelliano. Ecco, “Aprile” è più vicino ad “Amici miei” che a “La meglio gioventù”. Non volevo fare dell’iconografia.

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