Cortocircuiti ovali: Milano, fucina di campioni ma non di rugby

L'elezione di Simone Ferrari a Italian Player of the Year dimostra, ancora una volta, come la città lombarda produca grandi giocatori ma non grandi squadre.

ROME, ITALY - MARCH 15:  Luca Morisi of Italy passes the ball as Camille Lopez of France closes in during the RBS Six Nations match between Italy and France at the Stadio Olimpico on March 15, 2015 in Rome, Italy.  (Photo by David Rogers/Getty Images)

Un controsenso che fa male per chi ama Milano e il rugby. La città lombarda, infatti, negli ultimi anni si è dimostrata fucina di ottimi talenti ovali, ma al tempo stesso si è messa sempre più ai margini del rugby che conta. La nomina di Simone Ferrari e il secondo posto di Maxime Mbandà nel sondaggio di Rugby 1823 sul miglior azzurro dell'anno ne è l'ennesima conferma.

Simone Ferrari, milanese scuola Amatori Milano. Maxime Mbandà, milanese d'adozione scuola Amatori Milano. Prima di loro Luca Morisi, milanese scuola Asr Milano, ma anche Simone Ragusi, milanese scuola Asr Milano. E Andrea Buondonno, milanese scuola Union Rugby Milano. Cinque giocatori, tutti nati tra il 1991 e il 1994, cresciuti rugbisticamente nelle giovanili milanesi, tutti arrivati a vestire la maglia azzurra (Nazionale maggiore o Seven) e tutti entrati nel giro delle convocazioni dell'Italia maggiore. Chi con minori fortune, come Ragusi, chi fermato da problemi di salute che ne hanno condizionato la carriera, come Buondonno, chi invece ha già dimostrato il proprio valore. Luca Morisi è probabilmente il miglior trequarti in Italia in attività, Simone Ferrari è il pilone destro attualmente più forte e Maxime Mbandà si è confermato una delle terze linee più di qualità in questi anni.

Insomma, il vivaio milanese produce e produce bene. Ma dopo? Basta vedere i curricula dei giocatori che abbiamo appena citato. Simone Ferrari? Da Milano all'Accademia, poi Mogliano e Benetton Treviso. Maxime Mbandà? Anche lui Accademia, poi Calvisano e Zebre. Morisi? Crociati Parma e Benetton Treviso. Ragusi? Bridgend, Prato, Rovigo, Benetton Treviso, Petrarca Padova. Buondonno? Crociati Parma, Lyons Piacenza, Viadana, Mogliano, Benetton Treviso, Mogliano. Dopo le giovanili nessuno di loro è rimasto o è tornato a giocare a Milano. Perché?

Semplice, perché a Milano il rugby d'alto livello non esiste. E non esiste da due decenni. L'Amatori Milano è morta e sepolta, l'Asr Milano bazzica le ultime posizioni della Serie A, gli altri club sono anche più giù, tra Serie B e Serie C. Insomma, a Milano il rugby è puro dilettantismo, i sogni celtici o eccellenti non sono neanche sogni, sono utopie lontane. Eppure, come si vede, Milano avrebbe le potenzialità per creare giocatori d'alto livello partendo dalle proprie giovanili. I Morisi, i Ragusi, i Ferrari, i Mbandà e i Buondonno hanno giocato assieme da bambini, hanno imparato le fondamenta del rugby sui campi meneghini, con i tecnici dei club di Milano. Ma poi sono emigrati. Cervelli e muscoli in fuga.

Passano gli anni e a Milano regolarmente si torna a parlare di rugby di alto livello. Si chiacchiera di forze che si potrebbero unire, di progetti che coinvolgano la città e i club cittadini, si sognano le Zebre o - almeno - un club d'Eccellenza. Passano gli anni e Milano si allontana sempre più dal rugby d'elite italiano. Ma produce campioni. Un cortocircuito cui, però, a Milano sempre nessuno si accorga. O non interessi.

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