Rugby Italia: l'Eccellenza e quel marketing ovale da supercazzola

La Federazione deve affrontare un tema non sportivo, ma di immagine, che da troppi anni viene ignorato. Ecco quale.

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Il sasso lo ha lanciato ieri Paolo Ricci Bitti su Il Messaggero, parlando della crisi de L'Aquila Rugby, e il sasso lo ha raccolto anche il sito rugbymercato.it. Ma il tema è annoso e torna spesso a far discutere. Senza, ovviamente, che nulla cambi. Parliamo del nome dato al massimo campionato italiano di rugby. Cioè all'Eccellenza.

Scrive il collega Ricci Bitti. "Anno dopo anno si rimanda il problema, ma prima o poi arriverà qualcuno che seppellisce l'infausta, equivoca, inutile e insopportabile definizione di Eccellenza per la massima serie?" si chiede il giornalista del Messaggero. Perché? Semplice, perché "già non è facile spiegare perché i migliori giocatori italiani, quelli che negli altri sport sarebbero da serie A e nel giro della nazionale, siano in realtà ristretti in due franchigie [...] Ecco allora la prima serie, quella che assegna lo scudetto, ma non si chiama serie A, si chiama Eccellenza [...] E solo dopo nel rugby viene la serie A, ovvero, in realtà, la B. E poi la C1 Elite (eh già, chissà che elite) e infine la C senza aggettivi, C plebea, il fondo del barile".

Già è difficile vendere uno sport che non sia il calcio in Italia. Già è difficile vendere uno sport che non vince, e tolti gli ultimi exploit di Zebre e Treviso non è che il rugby italico possa puntare le sue fortune di marketing e comunicazione sulle vittorie. Già è difficile vendere un campionato nazionale privo dei migliori campioni che giocano all'estero o nelle franchigie. Se poi si deve fare tutto il discorso esposto da Ricci Bitti per spiegare a un neofito che "la Serie A c'è, ma è il campionato cadetto, perché lo scudetto lo assegna l'Eccellenza, dove però i migliori rugbisti italiani non giocano" è chiaro che di vendere il rugby italiano diventa impossibile. E quando lo si fa ci si sente un po' il Mascetti e il suo "No, mi permetta. No, io... scusi, noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribàcchi confaldina? Come antifurto, per esempio".

Allora, tra una riforma a 12 squadre, un blocco delle retrocessioni e un ridimensionamento di Accademie e Centri di formazione, forse, in Fir si potrebbe pensare anche a cambiare i nomi dei campionati italiani. Magari tornando al passato, quando la Serie A era la Serie A (perché il rugby dev'essere l'unico diverso, quando in Italia calcio, basket, pallavolo e ogni sport di squadra ha nella Serie A il suo massimo campionato???) e così via a scendere. E se proprio vogliamo fare i diversi a ogni costo (no, nessuna battuta sui diversi caro presidente, please), come dice Paolo Ricci Bitti "se i sapientoni del marketing storcono il naso, facciamo in alto il Top 10 e poi però ripartiamo da B e C". Perché sarebbe ora, per il bene del movimento, di finirla con questa supercazzola con scappellamento.

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