Italseven: quattro punti per poter fare il salto di qualità

Le Grand Prix Series 2017 hanno messo in luce i limiti di una squadra che ha le potenzialità, ma cui manca ancora molto.

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Un ottimo quarto posto a Mosca, ma poi le delusioni di Lodz, Clermont ed Exeter. L'Italseven di Andy Vilk resta un'incompiuta e non è ancora in grado di lottare per la vittoria e per i posti più importanti del rugby 7s europeo. Un gap, quello con le migliori, che non è enorme, ma sufficiente per restare nell'anonimato ovale. Ma le Grand Prix Series hanno evidenziato dove la Federazione deve lavorare fin da subito.

Specializzazione. Un secondo di troppo. E' quello che perdono gli azzurri rispetto agli avversari, un secondo figlio della poca abitudine al seven. Gli azzurri pensano da XV e devono poi virare al rugby a sette. Per poter competere con i migliori, invece, serve un gruppo che abbia il rugby 7s nel dna. Per questo le strade sono obbligatoriamente due, seppur costose per la FIR. La prima, di cui si parla da tempo e che potrebbe nascere a breve, è creare due gruppi (maschile e femminile) di atleti da specializzare nel sevens con un'Accademia. Si parla di una collaborazione con le Fiamme Oro, ma è qualcosa di urgente per dare alle nostre nazionali una spina dorsale di una decina di atleti che giochino a 7s tutto l'anno.

Fare gruppo. La seconda strada di cui parlavamo, invece, riguarda i raduni. Da luglio 2016 a febbraio 2017 la nazionale non si è mai incontrata. Sei mesi senza fare gruppo, senza riprendere le fila di un discorso, senza passare qualche giorno a ripetere schemi e giocate e sei mesi senza che Andy Vilk potesse testare nuovi giocatori. Se si vuole lavorare sul serio serve - con la nascita dell'Accademia - un incontro mensile fin da settembre dove al gruppo di specializzati si uniscano un'altra decina almeno di giocatori per fare gruppo e dare al ct azzurro la possibilità di provare e conoscere altri ragazzi.

Atletismo e campioni. Fadalti, Falsaperla, Lupini, Ambrosini, Pratichetti, Rossi, ma anche Bruno. Alcuni giocatori di qualità ci sono e su di loro e sulla loro esperienza si deve ripartire. Ma consci che questa nazionale ha dei limiti proprio negli atleti. Rispetto agli avversari, come già abbiamo scritto, mancano (in parte lo sono Lupini e Pratichetti, ndr.) quegli atleti con una fisicità e un atletismo che spezzi l'equilibrio in campo, quello che abbia lo scatto bruciante e potente da fare il break. L'Italia gioca un sevens molto attendista, costruito, ma al possesso non sempre corrisponde la capacità di andare oltre e andare in meta. Gente come Lupini, Pratichetti, Rossi, cui aggiungere - come l'anno scorso con Ragusi - giocatori di ottimo livello, magari ai margini del Pro 12 e della nazionale maggiore, da specializzare perché sono quelli che sanno e devono fare la differenza.

Difesa, difesa, difesa. Infine, uno dei veri limiti di questa squadra. La difesa. In queste Grand Prix Series sono stati troppi i placcaggi mancati e troppe le mete facili concesse anche ad avversari non irrisistibili, come ieri il Belgio. E se non placchi non vinci. Andy Vilk dovrà lavorare molto su questo fondamentale, perché anche quest'anno l'Italia ha lottato alla pari con tutti, ma poi ha spesso ceduto per colpa di mete letteralmente regalate. Che ti fanno perdere e di deprimono, rendendo difficile rialzare la testa.

Coraggio. Avendo parlato di quattro punti, non poteva mancare il quinto. Cioè il coraggio. Offload e break, insomma, quelli che in azzurro si vedono col contagocce. E non perché i ragazzi di Vilk non siano capaci qualitativamente, ma sembrano spesso bloccati, incapaci di provarci. Ieri e sabato, invece, si sono visti alcuni offload interessanti e Fadalti ha dato spettacolo con la Francia. Facendo ciò che è assolutamente nelle sue corde - e non solo sue - ma che in tutte le Grand Prix Series non si era visto.

Foto - Rugby Europe/Ludmila Bochkova

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