Affari italiani: gli Emergenti smentiscono i luoghi comuni sul rugby azzurro

I tre ko alla Nations Cup hanno messo in evidenza che il ritmo partita dei giocatori dell'Eccellenza non è al livello del rugby internazionale.

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Da alcuni anni tra alcuni addetti ai lavori e tra diversi appassionati che frequentano social network, forum e blog ci sono un paio di frasi fatte, ormai diventate quasi delle certezze assolute. Al centro dell'attenzione ci sono i giovani talenti italiani dell'Eccellenza e il loro difficile rapporto con la nazionale e con le franchigie di Guinness Pro 12.

La prima di queste frasi appare regolarmente a ogni giro di convocazioni di Conor O'Shea (e prima di lui di Jacques Brunel). "La FIR obbliga il ct a convocare solo i giocatori delle franchigie celtiche perché sono i club pagati da Gavazzi. E' scandaloso che O'Shea (o Brunel) non consideri i giocatori d'Eccellenza" è - parole più o meno simili - ormai un classico. La seconda, invece, riguarda l'utilizzo dei giocatori appena passati dall'Eccellenza al Pro 12 e - in particolare - le critiche riguardavano la gestione Franco Smith/Vittorio Munari di Treviso. "I giovani devono giocare fin da subito in Pro 12, è ridicolo lasciarli ammuffire in tribuna per mesi" è l'attacco.

Sia il primo sia il secondo giudizio da social ha un concetto di base alle spalle: i giocatori d'Eccellenza valgono - come qualità tecniche e atletiche - i giocatori di Pro 12 e della nazionale e, dunque, se a loro non viene dato spazio è colpa di un qualche complotto federale o dei giocatori più esperti che escludono i più giovani, o tecnici incapaci. E, partendo da questo concetto, torniamo a parlare dell'Italia Emergenti.

30-21 la sconfitta contro l'Uruguay, 38-22 contro la Namibia, 15-10 contro l'Argentina XV. Due cartellini rossi evitabilissimi, un giallo ieri, e contro i sudafricani un parziale di 31-0 dopo un primo tempo dominato dagli azzurri. Gli Emergenti, insomma, hanno perso contro nazionali che navigano attorno alla 20° posizione del ranking, squadre che oggettivamente faticherebbero a non retrocedere in Top 14, Premiership e a conquistare molte vittorie in Pro 12. Gli azzurri - soprattutto con la Namibia - hanno mostrato di avere qualità tecniche di livello, ma che non sono ancora in grado di reggere i ritmi del rugby internazionale.

L'Eccellenza, piaccia o no, ha giocatori di buonissima qualità, ma ha ritmi di gioco, fisicità e tempi di esecuzione tecnica decisamente inferiori a quello che si può considerare il rugby professionistico. Così gli azzurri hanno dimostrato di non reggere l'impatto alla distanza, ma anche di faticare a giocare come sanno, perché la velocità è ben superiore a quella cui sono abituati. Un rugby che porta anche a spegnere il cervello - e i due rossi ne sono emblematici - e cui ci si deve abituare. Tecnicamente, ma anche tatticamente e soprattutto atleticamente.

Insomma, tranne qualche rara eccezione (Minozzi ha le carte per far bene fin da subito, o quasi, e si è vista un'altra Italia contro l'Argentina con lui in campo) - o scelte obbligate per mancanze di alternative - il passaggio dall'Eccellenza al Pro 12 o alla nazionale non è così immediato né diretto. Se talenti puri come Luca Morisi e Michele Campagnaro - per fare due nomi di livello assoluto - hanno faticato un anno prima di trovare lo spazio in Pro 12, ma arrivando in campo dopo aver lavorato mesi sulla tenuta fisica, sulla velocità di gioco e sui ritmi e mostrandosi pronti, un motivo ci sarà.

Parliamoci chiaramente: in Eccellenza ci sono giovani che hanno le potenzialità per diventare importanti pedine nelle franchigie celtiche e nell'Italia maggiore, ma - appunto - si parla di potenzialità. Pretendere che Conor O'Shea peschi a piene mani dall'Eccellenza o che i tecnici celtici buttino nella mischia i neoacquisti senza colpo ferire è follia pura. E la Nations Cup lo ha dimostrato senza appello. Poi, ribadiamo, c'è l'eccezione che conferma la regola. Ma, appunto, la regola dev'essere questa.

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