Italrugby: non disturbate il conducente

Un anno fa, a Milano, veniva presentato Conor O'Shea. 12 mesi dopo è chiaro che non sia solo un ct.

KYOTO, JAPAN - MAY 10:  Conor O'Shea head coach of Italy attends a press conference after the Rugby World Cup Pool Draw at the Kyoto State Guest House on May 10, 2017 in Kyoto, Japan.  (Photo by Atsushi Tomura/Getty Images)

Un anno fa Conor O'Shea sbarcava a Milano e si presentava alla stampa. Sostituiva Jacques Brunel a ct dell'Italia e fin dalle prime frasi era chiaro che eravamo di fronte a un cambio di rotta netto. Ma ora è chiaro che è qualcosa di molto più di questo.

Negli ultimi giorni, infatti, sulla stampa è uscita la notizia di un tour mondiale del ct azzurro nelle varie federazioni per spiegare dove sta andando l'Italia. Un lavoro di diplomazia e comunicazione che di norma poco ha a che vedere con il lavoro di ct. Ma O'Shea ha la credibilità e lo stile giusto per raccontare dove sta portando il nostro rugby.

Sì, perché quello di Conor non è un semplice lavoro di allenatore, anzi, quella è la parte forse meno importante del suo lavoro. A differenza di chi l'ha preceduto, infatti, O'Shea ha un appeal diverso, ha una visione più da manager che da ct, ha una capacità comunicativa - con giocatori, staff e anche stampa - che mancava dai tempi di John Kirwan. E, come l'ex All Blacks, a differenza di chi è arrivato dopo ha ancora molta fame, sa che quello azzurro è un trampolino di lancio verso il futuro e non una comoda pensione.

Certo, in questo primo anno ci sono state delusioni, errori, scelte da affinare e altre da non fare più, ma è altrettanto certo che in questi 12 mesi la mano di O'Shea si è vista. Nella scelta dei collaboratori - mai l'Italia aveva avuto uno staff di tale qualità - e nel rapporto interno alla squadra - con un dialogo con i giocatori che mancava da troppo tempo. Non si fanno miracoli, lo ha detto e ripetuto più volte Conor e ha ragione. I problemi alla base; il gap tra l'Eccellenza e l'alto livello; i limiti delle celtiche da in punto di vista tecnico, tattico, atletico e dirigenziale; senza dimenticare i troppi limiti dirigenziali federali; sono tutti fardelli che un ct non può eliminare in un anno. Serve tempo, serve carta bianca e serve pazienza.

Sono passati 12 mesi da quando Conor O'Shea è arrivato a Milano e ha preso in mano il timone azzurro. Ora il conducente no va disturbato e va fatto lavorare. In campo, ma anche fuori. Perché Conor è diventato il volto del rugby italiano all'estero e non solo, perché ha le qualità tecniche e umane per compiere quel miracolo impossibile che è rialzare il rugby italiano dalle paludi in cui si è ficcato. Bisogna dargli carta bianca, anche come stampa e tifosi, perché O'Shea potrà sbagliare e fallire, ma dovrà farlo lui. Perché potrebbe anche non fallire.

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