Italdonne: Di Giandomenico “6 Nazioni deludente? Sì, ma per i Mondiali gli obiettivi non cambiano”

Abbiamo incontrato il ct delle azzurre a Malpensa per il raduno dell'Italseven in vista del torneo di Hong Kong. Si è parlato di 6 Nazioni, rugby seven e Mondiali.

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L'Italdonne si è riunita a Malpensa venerdì 31 marzo in vista del torneo di qualificazione per le Sevens World Series che si disputerà a Hong Kong settimana prossima. Rugby 1823 è andato a trovare le azzurre e ha fatto una lunga chiacchierata con coach Andrea Di Giandomenico, partendo dal 6 Nazioni appena concluso, passando dall'esperienza del rugby 7s fino ad arrivare all'appuntamento con i Mondiali 2017 in Irlanda questa estate.

Andrea, prima domanda. Rispetto ai colleghi maschi, si nota una maggior alternanza nelle convocazioni nell'Italdonne. Come mai?
Beh, sicuramente un motivo è che le carriere delle atlete sono molto legate alla loro vita personale. Ricordiamo che non sono professioniste. Ma va anche detto che la più ampia scelta è anche il sintomo di un movimento in salute e che sta crescendo.

L'ultimo 6 Nazioni è stato al di sotto delle aspettative. E' andata male l'Italia, o sono cresciute molto le avversarie?
Qui bisogna differenziare. Ci sono nazioni, come Inghilterra, Francia e Irlanda che investono sul rugby femminile da anni, hanno una marcia in più, c'è un professionismo. Poi ci siamo noi, con Galles e Scozia e qui, fammelo dire, l'Italia ha fatto scuola. Ricordiamoci che pochi anni fa gallesi e scozzesi stavano pensando di chiudere con l'esperienza femminile, ma poi spinti dal nostro esempio hanno iniziato a investire. Probabilmente nell'ultimo anno hanno lavorato meglio.

Cinque sconfitte su cinque. E' solo un 'passaggio a vuoto' o è il sintomo di qualcosa di più grave?
Guarda, quest'anno effettivamente stona con la nostra storia degli ultimi anni, ma io sono convinto che sia un ulteriore passo in un processo di crescita costante. L'anno scorso ci eravamo lasciati con delle certezze su un determinato stile di gioco, con la consistenza del nostro avanzamento, l'ottima distribuzione e il movimento delle giocatrici. Non aver giocato per un anno, però, ha portato a una mancanza di confidenza che non ci ha permesso di esprimerci al meglio. Ma al di là dei risultati, negativi, a me interessa la prestazione e qui va detto che con l'Inghilterra abbiamo giocato un'ottima partita, mostrando il nostro valore sia in difesa sia in attacco (le inglesi non hanno mai subito tre mete in un match, tranne che con l'Italia, ndr.), mentre ce la siamo giocata con Galles e Scozia, mentre la Francia ci ha sorpreso per la qualità delle loro trequarti. Ma anche lì, dopo un primo tempo difficile, nella ripresa abbiamo chiuso 5-3 per noi, dimostrando che queste ragazze comunque non mollano mai.

Insomma, va detto, come hai sottolineato, che le azzurre dopo il 6 Nazioni 2016 non hanno più giocato, a differenza delle avversarie. Non per far polemica, ma è stato un handicap grave.
Non è polemica, perché sicuramente giocando si migliora, questo è ovvio. E, come detto, in questo torneo credo che quello che più ci è mancato è stata la confidenza, la fiducia nei nostri mezzi. Probabilmente giocando durante l'anno l'avremmo avuta.

Oggi siete in raduno in vista dell'Hong Kong 7s. Tra le azzurre convocate nove fanno parte del gruppo del 6 Nazioni e, presumibilmente, del gruppo per i Mondiali. Quando è importante il rugby seven in ottica rugby a XV?
Sicuramente ci sono molte differenze, mentre nel rugby a XV attacchi ogni spazio, nel seven lavori a lungo muovendo l'ovale e aspettando di creare lo spazio giusto per attaccare. In ottica rugby a quindici, ritengo che il seven sia soprattutto utile in chiave difensiva, con le ragazze che devono difendere più nello spazio, ci dev'essere una maggiore collaborazione. Anche se, ovviamente, anche il giocare in maniera “estrema” in attacco è molto utile anche in chiave XV. E poi, c'è un'alta cosa...

Cosa?
La tattica usata dall'Italia (dei maschi,ndr.) a Twickenham contro l'Inghilterra, quella di non contestare il pallone a terra, deriva dal rugby 7s. Sono già anni che viene fatto, non tanto per spostarsi nel campo avversario, quanto per permettere alla placcatrice di rialzarsi e rubare l'ovale. Insomma, anche da un punto di vista di tattica si può imparare dal 7s.

Cosa ti aspetti da questo torneo di qualificazione per le World Series?
Le avversarie sono dure, incontriamo il Sud Africa, la Colombia che ha partecipato alle Olimpiadi e la Papua Nuova Guinea, che comunque gioca un rugby 'pacifico'. L'obiettivo, come sempre e come è naturale che sia, è andare più avanti possibile. Ma guardiamo anche oltre al torneo. Per me è importante dopo il 6 Nazioni deludente che le azzurre si ritrovino nuovamente assieme, anche guardando ai prossimi Mondiali.

Esatto, i Mondiali. Dopo questo 6 Nazioni guardi al torneo iridato con più pessimismo o il 6 Nazioni è stato un episodio e gli obiettivi restano gli stessi?
Gli obiettivi non cambiano, perché come detto anche il 6 Nazioni è stato un passo in un percorso. Forse, come successo contro il Galles nell'ultima partita dell'anno scorso, siamo arrivati tutti un po' scarichi, con l'attenzione già rivolta ai Mondiali. I Mondiali non saranno facili, siamo in un girone difficile. C'è l'Inghilterra, che appare fuori portata, poi ci sono gli USA, con le americane che hanno una fisicità importante, ma proprio per questo spero che potremo impostare noi il nostro gioco. Poi c'è la Spagna, che è pericolosa e ha un gruppo di trequarti che arriva dal rugby 7s e gioca molto al largo. Sarà una sfida proprio al largo, credo. L'obiettivo, ovviamente, è puntare al secondo posto. Per farlo dobbiamo giocare e stiamo lavorando per organizzare dei test prima dei mondiali, magari contro Francia, Canada o Galles.

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