Rugby Italia: Fir, Zebre, soldi e quei sei mesi quasi scaduti

Non solo i problemi in campo, ma è l'intera gestione del rugby italiano che è in una situazione grave. E il Coni...

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“Entro sei mesi dall’approvazione la Fir dovrà mandare una relazione per attestare che il passivo non si riproporrà nel consuntivo 2016” diceva Giovanni Malagò, presidente del Coni, lo scorso 6 settembre. E con un breve calcolo, il prossimo 15 marzo saranno proprio sei mesi da quando il bilancio Fir è stato approvato in rosso e il numero 1 dello sport italiano ha pronunciato questa frase.

Ma com'è la situazione economica del rugby italiano oggi (se lo chiede anche Stephen Jones sul Sunday Times, dove parla dei 10 milioni di sponsorizzazioni e introiti dell'Italia derivanti dal 6 Nazioni e si pone la domanda di come vengano spesi, ndr.)? Si può pensare che Alfredo Gavazzi possa entro una settimana o poco più presentare una relazione che mostri che il passivo è un inciampo del passato e che tutto va bene. A vedere la tragica situazione delle Zebre, con la Fir che deve iniettare denari freschi ogni mese, ma non solo questa è difficile essere ottimisti.

I conti del rugby italiano piangono, i costi sostenuti per il cosiddetto alto livello si sono dimostrati eccessivi di fronti ai risultati sportivi e ai rientri economici, alcune scelte 'azzardate' nell'impiantistica – a partire, ahimé – dallo stadio di Calvisano, hanno reso l'aria tesa a Roma e il futuro non sembra poter far sorridere.

Certo, c'è l'addio di Adidas a giugno e si spera che l'accordo con Macron (ops, ma si può dire o devo aspettare ancora un paio di settimane?) porti un flusso economico nelle casse federali, ma al momento non sembra bastare. Se le Zebre torneranno federali, questa sarà una voce pesante sul bilancio, cui vanno aggiunti i contributi a Treviso, le Accademie, i Centri di formazione, la sfilza di dirigenti in pianta stabile (i soliti) e introiti in diminuzione.

I due match interni di questo RBS 6 Nazioni hanno mostrato un Olimpico pericolosamente non esaurito e, al di là di mostrare la disaffezione dei tifosi verso questa Federazione, significano meno soldi nelle casse federali. Servirebbe un repentino cambio di rotta a tutti i livelli, sia da un punto di vista di risultati sportivi sia di quelli gestionali ed economici.

Intanto, però, il 15 marzo si avvicina e c'è una relazione da scrivere (sempre che Giovanni Malagò non se ne sia nel frattempo dimenticato, ndr.) e dare garanzie sul futuro. Ma oggi come oggi, siamo sicuri che Alfredo Gavazzi e il rugby italiano siano in grado di dare queste garanzie? Intanto su Gavazzi incombe l'ombra di Giancarlo Dondi, per le Zebre, ma non solo. E quando le sorti del proprio futuro vengono affidate a un grande vecchio, che però ormai ha 81 anni, significa che le cose vanno male.

Perché Alfredo Gavazzi dopo aver vinto le elezioni si è trovato con tutti i nodi che sono venuti al pettine. E sembra un po' come James Haskell ieri davanti a Romain Poite: non capisce, non sa. Ma il presidente federale, a differenza di Haskell, non può aspettare l'intervallo per capirci qualcosa.

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