Crisi Italia: Vertice, base e quello scontro ideologico sbagliato

Il rugby italiano annaspa, ma la battaglia dialettica e filosofica sull'elite e il rugby di base è sbagliata in partenza.

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Il rugby italiano è in crisi profonda. La nazionale non vince, l'Olimpico non si riempie, le franchigie celtiche collezionano figuracce, l'Eccellenza annaspa nell'anonimato e più si scende peggio va. Ormai la crisi è in atto da anni, dall'anno d'oro 2007 – con le due vittorie al Sei Nazioni e il boom mediatico figlio anche di calciopoli. Da dieci anni il rugby italiano sta crollando. Ma perché?

Da anni lo scontro dialettico e ideologico contrappone il 'governo' ovale, cioè la Fir e Alfredo Gavazzi che hanno seguito il dictat di Giancarlo Dondi, secondo il quale per avere un movimento forte si doveva partire dal vertice. Cioè una nazionale ricca e forte, due squadre eccellenti a livello europeo e, così, a cascata sarebbe cresciuto tutto il rugby italiano. Dall'altra parte, invece, l'opposizione politica (più estremista quella del gruppo di Amore, più moderata quella di Innocenti) che invece vede la salvezza nel ribaltamento della piramide. Meno investimenti, soldi e attenzione alla nazionale, possibile addio al Pro 12 e investimenti che dalla base salgono al vertice.

Questa posizione è rafforzata dall'evidenza del fallimento del modello dondiano e gavazziano. Ma parte da un errore di fondo. Anzi, da due. Il primo è storico e facilmente comprensibile. In Italia (non solo, ma soprattutto) gli sport minori vivono se l'elite eccelle. Lo sci italiano è diventato sport di massa, ha convogliato sponsor e soldi grazie alle imprese di Alberto Tomba, non certo a quelle dei De Chiesa. La pallavolo, che pure è da sempre diffusissima nelle scuole, è diventata 'sport nazionale' quando si è investito su un tecnico come Julio Velasco e sulla generazione di fenomeni. Lo stesso vale per il pattinaggio con Carolina Kostner o con il boom di iscrizioni ai corsi di tuffi grazie a Tania Cagnotto.

Insomma, una Federazione per avere tesserati e soldi deve avere campioni da spendere. Campioni che, però, non devono solo vincere. Perché in molte discipline abbiamo campioni vincenti, ma servono anche campioni che sappiano spaccare mediaticamente (vedi, nuovamente, Alberto Tomba) e serve una Federazione che sappia comunicare e rendere mediatici i suoi campioni. Insomma, per avere un movimento ricco non serve ribaltare la piramide, perché senza una punta che spunta la base non cresce (ovviamente, senza dimenticare la base tout court).

Ma c'è un altro, ben più grave, errore che viene fatto. Il fallimento della filosofia piramidale di Alfredo Gavazzi non è ideologico. Cioè non si combatte e non si supera la crisi ribaltandone il concetto. Ribaltare la piramide serve a poco, se non si capisce perché la Fir targata Dondi (nei suoi ultimi anni) e Gavazzi hanno fallito. Ripeto, non è l'assunto a essere sbagliato, a essere sbagliato è come è stato messo in pratica.

La FIR ha fallito perché non ha saputo far fruttare quel tesoro sportivo ed economico che l'elite le aveva dato. I successi della generazione Coste, l'ingresso nel Sei Nazioni, la lenta ma costante crescita sportiva e d'interesse culminata nel 2007 sono stati buttati via nell'ultimo decennio per l'incapacità dirigenziale di costruire un movimento forte.

Le scelte fatte prima da Dondi e poi confermate da Gavazzi di dare fiducia (e soldi) ai soliti personaggi di cui abbiamo parlato mille volte – cioè gli Ascione, i Checchinato, i Troncon e così via – sono state fallimentari. La gestione delle franchigie celtiche, prima con gli Aironi, poi con i contrasti e i bastoni tra le ruote a Treviso e, infine, con la privatizzazione folle delle Zebre dimostrano che non è un problema di piramide, ma di come questa viene gestita.

Dire che il problema è che bisogna partire dalla base e non dal vertice è un alibi che si regala a chi ha gestito il rugby italiano negli ultimi anni. Perché si dice che l'assunto è sbagliato, mentre invece a essere sbagliate sono state le persone che lo hanno guidato. I dirigenti federali e quelli dei club d'elite, che si sono dimostrati incompetenti e incapaci. E' qui che il ribaltamento va fatto, non nella piramide.

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