6 Nazioni 2017: Italia, gli arbitri e quell'alibi che non è una scusa

Conor O'Shea ieri è apparso molto infastidito dall'operato di JP Doyle. Ma non dev'essere una scusa.

<> at Stadio Olimpico on February 5, 2017 in Rome, Italy.

"Riguardate i primi due minuti, capirete tutto. Io pretendo che blu e rossi, in campo, vengano giudicati con lo stesso metro" tuona O'Shea in conferenza stampa. L'aplomb irlandese va a farsi benedire per una volta e il ct azzurro non fa giri di parole. Chiede anche scusa, per la risposta lunga, ma deve togliersi i sassolini dalle scarpe.

L'arbitraggio di JP Doyle ieri a Roma non è piaciuto al tecnico, ma neanche a chi guardava il match dalla tribuna (escluse le migliaia di magliette rosse, ndr.). E' finita circa 15 falli a 5 per l'Italia, ma se Conor O'Shea non vuole mettere in dubbio i 15 falli fatti, quello che non gli va giù sono i soli 5 fischiati al Galles. Troppo pochi, soprattutto in mischia, e che hanno fatto la differenza, tagliando le gambe agli azzurri.

E oggettivamente, guardando il match, il metro arbitrale è apparso a due velocità. Fiscale, giustamente, con gli azzurri, molto più tollerante con i gallesi. I placcaggi alti sanzionati nella giornata di sabato ieri sono stati più o meno ignorati continuamente, l'interpretazione della mischia ha penalizzato oltremodo gli azzurri, i gallesi - messi sotto pressione in maniera pesante nei breakdown nel primo tempo - avevano la possibilità di rallentare l'uscita dell'ovale senza sanzioni, mentre all'Italia i tenuti venivano fischiati immediatamente. Per non parlare delle maul, dove l'Italia spingeva indietro il Galles, che non liberava l'ovale, e il fallo era italiano.

E l'elenco potrebbe proseguire, così come gli alibi. Sì, perché una cosa va detta. Anche se arrabbiato, Conor O'Shea ha ribadito che la sconfitta è stata figlia dell'indisciplina azzurra, degli errori al piede, del calo mentale e della superiorità degli avversari. Non dell'arbitro. Che, però, non può venir ignorato in un'analisi onesta della sfida di ieri. Parlare di Doyle non può essere considerato un tabù (ieri in conferenza stampa molti colleghi apparivano turbati dalle parole di O'Shea), ma non può diventare una facile scusa.

L'Italia ha tanti limiti (ne abbiamo parlato già qui) e il metro di giudizio arbitrale è solo uno di questi. E non è una novità, perché i fischietti ci guardano con diffidenza fin dal 2000 e JP Doyle non è il primo e non sarà l'ultimo. E qui ha ragione O'Shea (ma anche i ragazzi lo hanno ribadito in mixed zone): sta all'Italia imporre un nuovo metro arbitrale. E' l'Italia - con il gioco e i risultati - a doversi conquistare il rispetto degli arbitri e sono gli azzurri che - abbattendo l'indisciplina - non devono dare la possibilità all'arbitro di sbagliare. Sperando che si impegni anche lui a non farlo.

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