6 Nazioni 2017: Italia, i perché di una debacle

Indisciplina, mediana, tenuta e la dipendenza da Parisse costano caro all'Italia.

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L'Italia esce con le ossa rotte dall'Olimpico, sconfitta 33-7 da un Galles che fatica un tempo a finalizzare, ma poi scappa via con troppa facilità. E i motivi della debacle sono tanti. Senza voler vedere tutto negativo, senza voler nascondere che passi avanti, lentamente, si stanno facendo, è evidente che ieri l'Italia ha pagato uno scotto alquanto caro con il Galles. Un conto salato figlio di situazioni su cui Conor O'Shea dovrà lavorare.

Troppi falli.
A un certo punto le statistiche parlavano di 14 falli azzurri e 2 gallesi. Ed è vero che si può parlare a lungo delle interpretazioni di un Doyle non convincente (a essere buoni), ma l'Italia è stata troppo fallosa. Il Galles era stato imbrigliato, ma si è liberato partendo dalla piazzola, dove hanno costruito realmente la vittoria.

Il gioco al piede.
Lo ha detto anche O'Shea a fine partita, l'Italia ha calciato male. Lo ha fatto nel gioco tattico, concedendo territorio e possesso ai gallesi, ma sicuramente anche le scelte tattiche nella metà campo gallese di Carlo Canna hanno pesato troppo nell'economia finale del match. L'uso "spregiudicato" del piede da parte del nostro numero 10 in attacco non solo ha impedito agli azzurri di essere pericolosi, ma ha regalato i contrattacchi che ci hanno tagliato le gambe nel finale.

Difendere è faticoso.
Un primo tempo tutto cuore e aggressività, ma se l'obiettivo di O'Shea è essere competitivi per 80 minuti non puoi chiuderti a riccio per la prima mezz'ora del match. Difendere taglia le gambe e, alla fine, quando inizia a mancare l'ossigeno si va fuori giri e si viene puniti pesantemente.

Quando il capitano cala.
L'Italia si conferma Parisse-dipendente. Il capitano è immenso nel primo tempo e l'Italia lo segue pedissequamente, ma quando a 35 anni Parisse ha un calo fisiologico la squadra le segue senza reagire. In difficoltà il capitano è andata in crisi tutta l'Italia.

Cambi in ritardo.
Conor O'Shea ha il merito di saper mettere in campo una squadra quadrata, funzionale e cattiva. Ma ieri all'Olimpico il ct irlandese forse ha letto male l'evolversi della situazione. La mischia azzurra ha dominato per un tempi, ma quando è andata in crisi d'ossigeno O'Shea ha continuato a dare fiducia a una prima linea eroica, ma inginocchio. Il giallo a Lovotti, che ci è costato due mete, è proprio figlio di questa situazione. Cambi anticipati forse non avrebbero ribaltato il risultato finale, ma sicuramente le forze fresche avrebbero aiutato a evitare il tracollo finale.

Ma non si butta via il bambino.
L'Italia ha perso, ha subito un pesante passivo, ha tutti i limiti che abbiamo elencato, ma ieri a Roma si è visto anche del buono. Il sistema difensivo, finché la mente ha retto, è stato pressoché perfetto. La mano di Venter è già molto evidente e se potrà lavorare anche durante l'anno con Treviso e Zebre potrà crescere ancora di più. La mischia ha dominato per un tempo e qui molto ha fatto il metro arbitrale per non premiare maggiormente la prima linea azzurra. I punti d'incontro nel primo tempo sono stati dominati dall'azzurro, e dall'altra parte c'erano Warburton e Tipuric, mica Pippo e Topolino. Ma soprattutto, come ha sottolineato Padovani a fine partita, si respira la fiducia della squadra nei confronti del percorso indicato da Conor, si vede un gruppo unito, consapevole dei propri limiti, ma anche delle potenzialità di miglioramento.

Poi, va ricordato, qui si fa quel che si può con quel che si ha. Certi limiti tecnici non si aggiustano in due ritiri, ma servirebbe partire da molto prima. Ma torneremmo a fare discorsi sulla Fir, io mi prenderei dell'antiGavazzi e ci annoieremmo. Quindi facciamo finta di nulla e lasciamo siano i colleghi gallesi a parlare di spazzatura.

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