Giornata della memoria: la Francia, il regime di Vichy e il rugby

Non sempre il rugby ha significato fair play. La storia della palla ovale nella Francia nazista ne è la dimostrazione.

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Oggi, 27 gennaio, è la Giornata della Memoria, il giorno in cui si ricorda la Shoah, una delle pagine più brutte della storia mondiale. Una pagina che richiama al nazismo, alla persecuzione degli ebrei, ad atti di eroismo e di codardia.

Eroismo, come quello di molti soldati impegnati a combattere il nazismo o di chi, mettendo a repentaglio la propria vita, ha cercato di salvare gli ebrei dai campi di concentramento. Codardia, come quella di governi, politici o semplici cittadini che hanno preferito far finta di non vedere o, peggio, hanno collaborato e hanno usato questo periodo tragico per i propri fini. Come la Francia, con il Governo di Vichy. Come il rugby francese che, proprio grazie agli agganci filonazisti, si salvò da una china che stava per vederlo scomparire, incurante di ciò che stava succedendo.

Una storia raccontata in un libro "The Forbidden Game: The Untold Story of French Rugby League" di Mike Rylance. La storia di uno sport che ha fatto scomparire un avversario scomodo. E lo ha fatto con l'aiuto del governo filonazista di Philippe Pétain (nella foto, a sinistra, con Adolf Hitler).

La Francia, come sapete, fu la quinta squadra ad accedere all'allora Quattro Nazioni. Ciò accadde nel 1910, ma nel 1932 i Bleus vennero cacciati dal torneo. I motivi? Un gioco troppo violento e l'accusa di pagare sottobanco i giocatori, gestendo un semiprofessionismo allora vietato. Il rugby francese, cacciato dal gotha ovale, si ritrovò in una profonda crisi. Senza un palcoscenico all'altezza e messo alle strette dal rugby league, una versione più veloce e, soprattutto, dove il professionismo era legale. La Federazione perdeva tesserati, le squadre si scioglievano e la nazionale perdeva colpi, anno dopo anno. Fino al maggio 1940.

Nella primavera di quell'anno, infatti, l'esercito tedesco entrò in Francia, depose il governo e instaurò a Vichy un regime chiaramente filonazista, al cui capo venne messo il Maresciallo Pétain. Cosa c'entra tutto ciò con la palla ovale? Purtroppo tantissimo. Alcuni alti dirigenti della FFR, infatti, avevano stretti legami con esponenti di spicco del nuovo regime e si fecero portatori delle esigenze della rugby union transalpina. Per evitare la scomparsa, o l'importante ridimensionamento, del movimento bisognava fermare il rugby a XIII. Ma come? Ovviamente con una legge.

Nell'agosto di quell'anno il Ministro dello sport francese, Jean Ybarnégaray, annunciò: "Il rugby league è morto e verrà cancellato dal panorama sportivo francese". Quattro mesi dopo, a dicembre, fu direttamente Philippe Pétain a firmare un decreto che univa l'union e il league. Una unione non alla pari, però. Le squadre, le sedi, i soldi e le divise delle formazioni di rugby league passarono da un giorno all'altro alla union, decretando di fatto la morte del rugby a XIII. La motivazione ufficiale parlava di "eliminare il tarlo del professionismo dallo sport", ma la realtà è ben diversa. A spingere, in maniera decisiva, verso la morte del rugby a tredici furono alcuni dei più importanti dirigenti della Federazione francese ed esponenti del regime di Vichy vicini al rugby a XV.

Una vittoria, quella del rugby francese, che ben poco ha di sportivo. Senza remore la FFR combatté un nemico sportivo usando la politica e la corruzione. Sfruttando un regime autoritario, legato a una dittatura come quella nazista, la palla ovale transalpina superò un momento di crisi. Ma per farlo sacrificò un altro sport. Che aveva l'unica colpa di non avere amici a Vichy.

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