Pro 12: Casellato “Ecco i limiti delle italiane in Celtic”

Dopo l'addio di Gianluca Guidi abbiamo sentito l'ex tecnico di Treviso, anche lui scaricato un anno fa.

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L'addio di Gianluca Guidi rappresenta il terzo addio in stagione in corso di un tecnico da quando l'Italia ha iniziato l'avventura celtica. Prima di lui era toccato ad Andrea Cavinato e a Umberto Casellato. Tre allenatori, tre italiani. Che hanno 'fallito' a far fare il salto di qualità alle franchigie di Pro 12. E torna d'attualità il tema sul livello degli allenatori italiani. Per capirci di più abbiamo sentito Umberto Casellato, oggi alle Fiamme Oro, che ci racconta la sua esperienza e pone alcuni quesiti interessanti.

Umberto, con Guidi sono tre allenatori italiani esonerati in Pro 12. Il livello tecnico dei coach italiani non è all'altezza del torneo, o c'è un errore di fondo?
Guarda, posso anche dire che noi allenatori non siamo abbastanza bravi, probabilmente è vero, ma la domanda da farsi è un'altra. All'estero – e posso fare gli esempi del povero Anthony Foley o di Leo Cullen – agli allenatori viene fatta fare la gavetta, vengono allenati ad allenare. La differenza tra l'Eccellenza e il Pro 12 è enorme e il mio errore è stato quello di accettare. In Italia non c'è un coaching per gli allenatori. Non nasciamo 'imparati', serve un percorso per arrivare al Pro 12. Ti posso dire che io ho imparato di più in una settimana quando Eddie Jones è venuto a Treviso che in due anni e mezzo di Pro 12, tra Zebre e Treviso.

Questo, però, è un problema di programmazione, ma anche di strutturazione delle franchigie. Le italiane, al di là dei limiti tecnici di allenatori o giocatori, soffrono anche un struttura non al livello delle avversarie, o sbaglio?
Non sbagli, anzi. A partire dallo staff tecnico, dove all'estero ci sono allenatori per gli skills, mischia, mediana, trequarti, attacco, difesa, calci. Da noi non è così. Così come quando parliamo di preparatori atletici, video analyst o staff medico. Gli altri vengono qui in Italia con decine di persone, noi siamo ridotti al minimo possibile. E questi staff, ridotti, non sono neanche scelti dagli allenatori, ma vengono assemblati 'politicamente'. Poi le colpe vengono date ai giocatori in campo, o agli allenatori, ma spesso ci dimentichiamo chi siamo e contro chi combattiamo.

Torniamo all'addio di Guidi. Tra le accuse che nell'ultimo periodo ha lanciato Gianluca ci sono state alcune scelte di mercato. Umberto, tu che conosci la realtà italiana meglio di me, me lo puoi dire: chi sceglie i giocatori?
Non conosco il caso delle Zebre, ma di sicuro la domanda da farsi è se i giocatori vengono scelti dall'allenatore che dovrà allenarli e metterli in campo, o dal direttore sportivo o addirittura dal presidente. Posso garantirti che mi è capitato di avere in squadra giocatori che non avevo scelto, anzi avevo suggerito di non prendere, ma che mi sono stati imposti. E in Pro 12 poi hanno fatto danni.

Un'altra domanda da ignorante. Ma un giocatore, parlo soprattutto degli stranieri che arrivano dal Sud Africa o dalla Nuova Zelanda, non viene studiato dai tecnici e dalla dirigenza prima di venir messo sotto contratto?
Questo è un altro grosso problema del rugby italiano. Gli stranieri vengono scelti dalle società che parlano con i procuratori, ma nessuno si prende un mese per andare in Nuova Zelanda a vederli in campo. Però, poi, se non li hai studiati e non si dimostrano all'altezza la colpa di chi è? Se i giocatori vengono presi a scatola chiusa, poi, se i risultati non vengono di chi sono le responsabilità?

Umberto, insomma, non mi stai disegnando un bel quadro dell'organizzazione del rugby ad alto livello. O mi sbaglio?
Guarda, io spero che le cose da quando ho lasciato Treviso siano cambiate e migliorate, soprattutto con l'arrivo di Conor O'Shea. Anche nel rapporto tra le franchigie e la nazionale. Gli scorsi anni, per esempio, non vi era dialogo e non vi era un percorso tecnico comune. Però, lasciamelo dire, cambiano gli allenatori, ma quello che vedo è una situazione che resta immutata. Noi abbiamo, e abbiamo avuto, le nostre colpe, ma credo che serva ripensare l'intera organizzazione, come dicevo a partire dal coaching degli allenatori a tutti gli altri punti che ho elencato, per poter sperare di vedere un salto di qualità delle italiane in Pro 12.

Foto - Elena Barbini

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