Italia: un ko che può far bene

La sconfitta, amara, contro Tonga ha mostrato dove Conor O'Shea e la squadra devono lavorare per il futuro.

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Non buttare via il bambino con l'acqua sporca. Dev'essere questo l'animo con cui l'Italia ovale deve ripartire dopo il brutto ko di Padova. Brutto perché figlio degli errori azzurri, delle scelte fatte nei primi 40 minuti e dell'incapacità di gestire orologio e punteggio quando un match è equilibrato come quello di ieri. Sì, perché la sconfitta con Tonga è figlia del passato ed è qui che lo staff tecnico - e non solo – dovrà lavorare.

Nonostante l'ovvio ottimismo della vigilia, infatti, la paura più grande era quella di rivedere ciò che si era visto già in passato, soprattutto nel 2011 e nel 2013, quando a grandi prestazioni (Francia e Irlanda) erano seguite prove a dir poco opache. E ieri l'Italia ha perso il match proprio nel primo tempo, quando avrebbe dovuto produrre il maggior sforzo, creare le occasioni e chiudere il match. E, quando aveva l'occasione di marcare punti, essere più cinica. Gli azzurri, invece, hanno insistito a cercare il bottino grosso – opzione più che lecita, ma che non sempre paga soprattutto se sei una squadra che storicamente non segna molto – ma sbagliando poi l'affondo decisivo e, nell'ultima occasione, hanno peccato di presunzione e, con un piazzato più facile, avrebbero dovuto rispondere ai tre punti tongani con un calcio tra i pali.

L'Italia è apparsa nervosa, con il peso del favore dei pronostici sulle spalle, non libera mentalmente di fare come con gli All Blacks e il Sud Africa. Questo si è tradotto, come ha detto anche Conor O'Shea in conferenza stampa, in una serie di errori che ci sono costati il match. Nel primo tempo gli azzurri sembravano intimoriti, incapaci di produrre gioco, lenti e macchinosi. Una situazione un po' cambiata nella ripresa con il cambio della mediana, ma senza che si riuscisse a fare il salto decisivo.

Se il momento chiave del match, probabilmente, è stato proprio durante la superiorità numerica nel finale del primo tempo, l'altro grave errore è stato sicuramente fatto nei minuti finali. Il vantaggio acquisito a poco più di due minuti dalla fine si sarebbe dovuto sicuramente gestire meglio. La fretta è stata cattiva consigliera, il tentativo di drop di Padovani ha dato a Tonga il tempo necessario per organizzare un altro attacco e il calcio di McLean dopo la rimessa in gioco della palla ha fatto il resto, compreso un fallo evitabilissimo sui 10 metri. Qui è mancata l'intelligenza ovale, ma soprattutto il cinismo e l'abitudine a gestire i match in situazioni simili.

E qui, va sottolineato, l'Italia non ha solo pagato l'inesperienza – più che giustificabile – di molti giovani o gli errori del passato. Ma anche la scarsa competitività di Zebre e Treviso che fa sì che molti dei giocatori in campo non siano abituati a simili situazioni tattiche. L'esperienza e l'abitudine a gestire orologio e punteggio diventano fondamentali in queste occasioni e la scarsa attitudine a giocare per la vittoria è stata fatale a Padova.

Ma, come detto, da questa sconfitta l'Italia deve ripartire. Come ha detto O'Shea anche da queste sconfitte si impara. L'importante è, appunto, imparare le lezioni. Capire cosa non ha funzionato all'Euganeo e capire dove si è sbagliato come collettivo o individualmente. E porsi un nuovo obiettivo ambizioso – ma realistico – in vista del prossimo 6 Nazioni. A novembre si è fallito quello dei due successi, pur conquistando una vittoria storica, e dalla sconfitta gli azzurri sapranno sicuramente ripartire per quella crescita che è nel progetto di Conor O'Shea. Non si era fenomeni una settimana fa, come ha ricordato George Biagi, non si è brocchi oggi. Ma si deve lavorare, perché il Sud Africa non sia solo un'eccezione e perché le partite alla nostra portata si vincano.

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