Italrugby: i cinque perché del trionfo di Firenze

La vittoria azzurra sul Sud Africa non è casuale, ma nasce tutta dalla nuova gestione tecnica.

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Lo avevamo detto una settimana fa, quando molti si stracciavano le vesti dopo il 68-10 con gli All Blacks e si chiedeva a gran voce sui social di disputare test contro Romania, Germania e Polonia invece di affrontare i mostri sacri. Lo avevamo detto, anche nella disfatta dell'Olimpico c'era qualcosa di buono da pescare. E sabato a Firenze si è visto. Ecco i cinque perché della prima vittoria di sempre sugli Springboks.

Comunicazione. Conor O'Shea parla. Lo fa in italiano – o almeno ci prova – con la stampa, ma lo fa soprattutto con i giocatori. Rispetto al recente passato, infatti, il tecnico azzurro non si chiude in se stesso, o parla solo ai pochi eletti, ma coinvolge tutti i ragazzi convocati. Da capitan Parisse al più giovane esordiente, nei raduni il ct irlandese parla al gruppo e parla singolarmente ai ragazzi. Per motivare le sue scelte – anche un'esclusione o una non convocazione – e per motivarli, farli tutti sentire parte di un progetto. Con Brunel, come mi è stato più volte testimoniato, c'erano giocatori (soprattutto i giovani esordienti) che facevano 1 o 2 mesi di raduno e a malapena sapevano che voce avesse il ct francese, oggi è tutto cambiato.

Cooperazione. Quella tra lo staff azzurro e quelli di Benetton e Zebre. A Roma e a Firenze a fare il water boy c'era Marius Goosen, mentre sia il sudafricano sia Gianluca Guidi dopo il tour estivo anche a novembre sono aggregati allo staff della nazionale. E O'Shea si confronta e parla con loro in questi giorni, ma anche durante l'anno. Man of the match a Firenze è stato Edoardo Padovani che ha giocato estremo. Ebbene, proprio il dialogo con le Zebre ha fatto sì che il ragazzi, chiuso all'apertura da Canna, venisse testato durante il Pro 12 a estremo. Così come Giulio Bisegni è stato spostato all'ala prima in Pro 12, così da essere pronto ora per l'azzurro.

Fitness. Lo ha detto appena arrivato e lo ripete come un mantra appena può, Conor O'Shea. E' inutile giocare alla pari con gli avversari per 20, 30 o 40 minuti e poi scoppiare. Non basta la tecnica se non hai fiato e gambe. Con gli All Blacks l'Italia ha corso come mai in passato e con il Sud Africa la difesa ha retto l'onda d'urto degli Springboks per 80 minuti, senza cedere di un centimetro. Certo, questo è il peggior Sud Africa della storia – dicono -, ma sicuramente un'altra Italia ieri avrebbe perso.

Eccellenza tecnica. Non solo Conor O'Shea, ma anche Mike Catt, Ciccio de Carli e, da poche settimane – seppur part-time – Brendan Venter. Il livello qualitativo dello staff azzurro non è mai stato così alto, il metodo di allenamento dell'Italia a giugno e oggi è stato rivoluzionato rispetto al passato, con un'impostazione tecnica, tattica e mentale completamente nuova. Allenarsi senza pallone, aumentare il ritmo, studiare ossessivamente i dettagli e – soprattutto – preparare la partita con cognizione di causa sta cambiando il modo tecnico, tattico e atletico con cui gli azzurri si presentano in campo. E, come ha ribadito O'Shea, è solo l'inizio e si deve lavorare ancora tanto. Ma i primi segnali sono chiari.

Fame. Lo abbiamo già detto in passato, ma lo ripetiamo. Gli ultimi allenatori passati per l'azzurro, da Berbizier a Brunel, passando per Mallett, erano tecnici che avevano già vinto tutto – o quasi – e che erano di fatto già arrivati. O, per lo meno, non avevano più nuovi treni da prendere. Conor O'Shea, invece, è giovane e ha fame e sa che dalla sua avventura in azzurro dipende anche il resto della sua carriera. Una fame e una voglia di far bene ed emergere che il tecnico irlandese passa anche ai giocatori, che in campo sono più cattivi e grintosi. E che fa ben sperare per il futuro, perché questo staff tecnico ha da perdere quando ha da perdere il movimento italiano e non si adatterà alle 'onorevoli sconfitte', come qualcuno – invece – ha fatto nel recente passato.

Il tutto, però, restando con i tacchetti ben piantati a terra. Perché, come ha ripetuto più volte Conor O'Shea, quella di Firenze è solo una vittoria, è il primo passo di un lungo cammino in cui l'Italia deve ancora crescere molto. Perché i limiti sono ancora tanti, perché battere il Sud Africa è importante, ma più importante è trovare una costanza nei risultati. Partendo da Tonga a Padova sabato prossimo. Perché il lavoro del tecnico irlandese e del suo staff è solo all'inizio e sono tante le cose da perfezionare - dal gioco al piede ancora non perfetto alla seguente difesa che sale e che, anche con il Sud Africa, si è fatta trovare qualche volta impreparata, permettendo pericolosi contrattacchi agli Springboks.

Perché la vittoria, per quanto storica ed eccezionale, non cancella i problemi del rugby italiano, e non parliamo solo della nazionale. Perché dal Pro 12 in giù si fatica e non si può utilizzare la vittoria di Firenze come foglia di fico per nascondere i tanti limiti del movimento. Quindi la strada intrapresa da O'Shea è quella giusta, ma ora lui, ma anche Stephen Aboud, Daniele Pacini, Gianluca Guidi e Kieran Crowley devono poter lavorare nella stessa direzione guardando al futuro. Perché il presente è esaltante, ma passata la sbornia da Springboks bisogna risvegliarsi. E quello sarà il momento più duro e dove si dovrà lavorare ancora di più.

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