Italrugby: Gino Troiani e il nuovo corso azzurro

A Toronto abbiamo intervistato il team manager dell'Italia, parlando di passato, presente e futuro.

intervista-troiani.jpg

Concludiamo oggi il nostro viaggio a fianco della nazionale italiana di rugby, con cui abbiamo 'convissuto' due settimane tra California e Canada e lo facciamo con l'intervista che ha rilasciato a Rugby 1823 il team manager degli azzurri, Gino Troiani. Con lui abbiamo parlato del presente, ma anche del passato e del futuro. Ecco le sue parole.

Gino tu sei con gli azzurri dal 2010 e hai vissuto, dunque, tre diversi ct (Mallett, Brunel e O'Shea, ndr.). Come hai visto l'ambiente in questo primo mese?
Naturalmente quando c'è un cambio d'allenatore c'è da parte di tutti una grande aspettativa, ma anche piena disponibilità a mettersi a disposizione delle richieste che arrivano, così come nello staff ci sia una particolare attenzione affinché tutto vada al meglio. E anche da parte dei giocatori, ovviamente, c'è la volontà di mettersi in luce affinché il nuovo coach li prenda in considerazione. E' normale, quindi, che in questa prima fase ci sia stato un momento particolare di cambiamento d'atteggiamento, ma ho visto anche un cambiamento d'attitudine su come vuole cambiare lui il lavoro. Proprio questo mi fa pensare che anche dopo questa prima fase, dove è normale, si mantenga questo spirito positivo.

Come è stata la gestione dei giocatori e come si sono gestiti i giocatori in queste settimane?
Da parte dei giocatori c'è stato un grande impegno in allenamento, nelle riunioni, quando c'erano attività tecniche, ma hanno anche i loro spazi per poter essere rilassati, momenti di serenità.

Conor O'Shea ha guardato tanti video e anche se non era ancora ct conosceva già tutti i giocatori tra cui scegliere. E' un gruppo più largo di quello che è qui in America quello che ha in testa il ct?
Sicuramente. Il tutto parte dal lavoro che la Federazione ha fatto dietro, si sta pian piano arrivando a quello che era l'obiettivo delle Accademie, cioè creare una base più ampia di giocatori tra cui poter scegliere. Basta vedere i giocatori che scendono in campo in queste partite e, quindi, è ovvio che ci sia una base più larga. Io credo che oggi lui abbia una rosa di 50 giocatori, mentre quando arrivò Jacques (Brunel, ndr.) ce n'erano 30-35 che erano già considerabili per una convocazione e il nostro lavoro sarà quello di fare in modo che questi 50 abbiano un livello più o meno uguale, in modo che ci sia un'interscambiabilità tale da non aver ruoli dove non ci sono alternative.

Una delle grosse novità, di cui abbiamo già parlato più volte, è la presenza di Guidi e Goosen (e, non dimentichiamolo, nel tour c'era anche lo staff medico di Treviso e Zebre). E', e dico ahimè, qualcosa di rivoluzionario nel rugby italiano.
Anche nel passato si era cercata una collaborazione e per tanti motivi c'è stata un po' di difficoltà che si capisse che senza l'unione delle forze non si va da nessuna parte. Forse ci voleva, purtroppo, una stagione come questa, cioè negativa per le franchigie e la nazionale per dire basta al pensare al proprio orticello e unirci. Siamo una piccola realtà, quindi per forza che dobbiamo lavorare in sincronia e dobbiamo fare il bene del giocatore da entrambe le parti, sia in termini tecnici, sia di strutture, di lavoro. Però ricordiamo che nel 2010 Nick Mallett aveva invitato Bernini e Smith al raduno in Val d'Aosta per parlare di tecnica e giocatori. Purtroppo, poi, per i tanti motivi che conosciamo in casa Aironi, Treviso, ma anche in parte nostri, non si è potuto andare avanti su questa strada.

La paura, o lo scetticismo, attorno alla convocazione di Guidi e Goosen era che fossero stati chiamati a fare le belle statuine, più una convocazione di facciata che reale. Invece...
Invece Conor ha lasciato loro molto spazio, erano qui come se fossero due tecnici della nazionale al pari di De Carli o Catt, e anche in questo senso penso per il futuro che due figure di questo tipo non potremo farne a meno all'interno dello staff azzurro in maniera permanente.

Guardiamo al passato. Cosa è successo dopo il 2013? L'Italia di Brunel divertiva, vinceva e poi, invece, il nulla.
Ci sono state una serie di cause. In primis io penso che senza voler strafare negli ultimi due anni almeno sette partite si potevano vincere e questo avrebbe dato una visione diversa del lavoro di Jacques. Sette partite che se le avessimo vinte non avremmo rubato nulla. Poi c'è da considerare che nel 2014 e 2015 abbiamo avuto tantissimi nuovi giocatori rispetto al primo biennio di Jacques e, probabilmente, non tutti i giovani erano all'altezza e c'è stata un'involuzione della squadra, che si era un po' disunita. Pensiamo alla partita con la Romania ai Mondiali: eravamo in campo senza i leader storici della squadra, da Parisse a Bergamasco, Masi, Castro, Ghiraldini. Con i se non si fa la storia, però...

Foto - Rugby 1823

Vota l'articolo:
4.15 su 5.00 basato su 13 voti.  
  • shares
  • +1
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE SPORT DI BLOGO