Italseven: Andy Vilk "Servono continuità e specialisti"

Ieri a Milano abbiamo incontrato il ct della nazionale italiana di rugby 7s. Ecco le sue parole.

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L'Italseven è in raduno a Milano da lunedì fino a oggi in preparazione degli impegni internazionali di quest'estate, che inizieranno con il Torneo Internazionale “Howard Hinton Sevens” in calendario a Tours (Francia) dal 20 al 22 maggio, poi saranno impegnati a Dublino il 28 e 29 maggio prima dell'inizio delle Grand Prix Series europee.

Sul moderno palcoscenico degli impianti dell'Asr Milano Andy Vilk ha potuto vedere all'opera un gruppo di azzurri che sono il risultato delle selezioni degli ultimi mesi, cui si sono aggiunti un paio di innesti “celtici” come James Ambrosini e Simone Ragusi, mentre ovviamente mancano all'appello i giocatori ancora impegnati nei playoff d'Eccellenza. Un'occasione per una chiacchierata con il ct inglese sui problemi del movimento 7s in Italia e sulle – invece – potenzialità e su cosa si sta facendo e cosa si dovrebbe fare in futuro.

Andy, quali sono i problemi e i limiti dell'Italseven e dove mettere mano?
“Bisogna guardare cosa fanno gli altri per capire qual è il gap e per capire come muoverci. Facciamo l'esempio della Germania: due anni fa vennero qui con una squadra giovane e li battemmo facilmente. Ma da due anni lavorano con lo stesso gruppo, hanno investito, creduto nel progetto e ora sono davanti a noi”.

Quindi serve un progetto?
“Serve continuità. Un raduno al mese non basta, perdo almeno un giorno per ricalibrare i ragazzi sul seven e non è possibile. Ora abbiamo lavorato in alcuni raduni per vedere circa 45 atleti dai quali è uscito il gruppo che è a Milano oggi. Abbiamo collaborato bene con il Roma Hills 7s e i Dogi 7s, ma la realtà è che servono giocatori di qualità dall'union e, dall'altra parte, servono specialisti del seven, ma che devono lavorare con continuità e quotidianamente”.

Non si può pretendere tutto e subito, insomma.
“Un progetto serio deve essere fatto su 2 o 3 anni, con un gruppo di giocatori su cui lavorare a lungo. Per questo si sta anche pensando a una specie di Accademia per un gruppo di giocatori e giocatrici da specializzare nel seven”.

Ho visto l'allenamento. Oggi ne fate tre distinti, c'è un motivo per questa scelta?
“Uno dei problemi maggiori d'adattamento dei rugbisti di XV al seven sono i tornei con più partite in un giorno. L'allenamento come lo strutturiamo noi serve proprio a far prendere confidenza con questi tempi morti all'interno di una giornata di gare, di sapersi gestire fisicamente ma anche mentalmente”.

La solita questione: il rugby 7s è propedeutico al XV? I club di rugby a XV non avrebbero vantaggi ad avere un campionato di rugby 7s o a dare i giocatori alla nazionale?
“Il Seven mette sotto il microscopio molti aspetti tecnici, fisici e mentali. Si deve guardare con molta più attenzione alle skills, aiuta da un punto di vista mentale a essere sempre presenti in campo e anche fisicamente e atleticamente è utilissimo. Però serve che vi sia una continuità durante l'intero anno”.

Cosa ferma l'Italia dallo strutturare un movimento di rugby 7s?
Qui interviente Orazio Arancio, team manager degli azzurri: “E' una questione principalmente culturale. Manca la tradizione del seven in Italia e si fatica a impostare un discorso di questo tipo con i club e con il movimento”.

Orazio, quindi ampliando il discorso oltre alla nazionale, cosa servirebbe in Italia per fare il salto di qualità?
“Da noi ci sono tanti tornei di seven in giro per il territorio, ma spesso sovrapposti e, comunque, separati. Si dovrebbe creare un calendario più uniforme e collegarli dove ogni torneo diventa una tappa di un campionato più ampio. A livello regionale sarebbe interessante con i Comitati creare un circuito territoriale, per limitare i costi. Il problema è che tutto questo costa e i club non sempre possono o vogliono farsi carico di spese extra importanti. La Fir non può e non deve imporre, ma dovrebbe essere da stimolo verso i club affinché si crei una realtà seven sul territorio che, di conseguenza, poi aiuterebbe anche la nazionale”.

Un circuito seven, stile Coppa Italia, al posto del Trofeo Eccellenza?
"Il Trofeo Eccellenza è nato per andare incontro ai club che non partecipavano alle Coppe europee e che avevano necessità di giocare nei weekend internazionali. Oggi la situazione delle Coppe è cambiato per l'Italia e, dunque, sì, una Coppa Italia seven sarebbe interessante, magari con i club d'Eccellenza che possono pescare giocatori tra i club più piccoli limitrofi, per alzare il livello del torneo e per dare la chance ai giocatori dei club del territorio di farsi notare".

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