Italrugby: Parisse e quelle parole che chiedono una rivoluzione

Nel dopo partita con l'Irlanda il capitano ha espresso tutta la sua delusione, ha difeso i giovani e ha puntato il dito sugli errori fatti dalla dirigenza.

of Ireland of Italy during the RBS Six Nations match between Ireland and Italy at the Aviva Stadium on March 12, 2016 in Dublin, Ireland.

Una partita "disastrosa", come l'ha definita lui stesso. Giovani che devono fare esperienza, che commettono errori, che devono imparare da questi, crescere in fretta, ma cui non si può gettare la croce addosso. Cioè evitare commenti come quelli di Brunel che ha cercato nell'inesperienza dei debuttanti l'alibi per il suo ennesimo fallimento. Sergio Parisse dopo Irlanda-Italia fa il capitano, difende i suoi uomini ("Non tocca a me dare giudizi sui singoli") e mette il dito nella vera piaga del rugby italiano. Un movimento che da troppi anni sbaglia e fallisce, senza che nulla cambi.

"E' un momento in cui soffre l'intero movimento italiano" sono state le sue parole in conferenza stampa, ma a caldo - a bordo campo - era stato molto più diretto. "Non bisogna accontentarsi di stare in una franchigia o di giocare una partita importante. Ma dico anche che alcuni ragazzi hanno imparato più in queste partite di Sei Nazioni che in due-tre anni nel loro club. Questi ragazzi devono imparare tante cose per rimanere in questo livello. Bisogna che il movimento cambi strada. Dopo una partita del genere è importante capire che serve fare di più e renderci conto che forse bisogna cambiare strada e capire se le cose che abbiamo fatto valgano la pena oppure no" dichiara Parisse.

E cambiare strada non può che voler dire ripensare il come e il perché della partecipazione italiana alla Guinness Pro 12, vuol dire ridisegnare completamente un movimento giovanile che è fallimentare in toto - sia come risultati delle nazionali juniores sia come risultati delle Accademie federali -, vuol dire mettere FINALMENTE sul banco degli imputati non i giocatori o i tecnici, ma quei dirigenti che da oltre un decennio fanno la politica del rugby italiano, da un punto di vista di gestione e di scelte tecniche. I nomi, lo sapete, sono sempre gli stessi: forse, dopo 10 anni di fallimenti, sarebbe il caso pagassero loro il conto.

Ma cambiare strada vorrà dire anche capire se la spesa di una nuova sede Fir sia coerente con le necessità del movimento, se l'investimento di quasi 10 milioni nella Pro 12 dia i risultati che ci si aspetta da una tale somma, significa ridare dignità e qualità a un campionato nazionale svilito e ormai quasi inutile. Perché le figuracce come quelle di Dublino non sono un inciampo, ma sono il risultato di un lungo percorso. E prendersela con il ct di turno, trovare l'alibi dell'arbitro o esprimere concetti lapalissiani e ridicoli come "gli esordienti non hanno esperienza" è solo nascondersi dietro un dito. E giustificare i fallimenti di chi, a oggi, non ha ancora mai dovuto rendere conto del proprio lavoro.

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