Storie ovali: Aristide Barraud e quel miracolo a Parigi

In una bella e lunga intervista all'apertura del Mogliano sull'Equipe si parla degli attimi, terribili, degli attentati di Parigi.

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Un giocatore che, come tanti connazionali e turisti, in un attimo si trova gettato all'inferno. E invece di un avversario muscoloso pronto a placcarlo si trova a guardare un terrorista fanatico e armato. Aristide Barraud, mediano d'apertura del Mogliano, racconta sulle pagine de L'Equipe quegli attimi dello scorso novembre, quando a Parigi i fondamentalisti islamici hanno scatenato il terrore. E di come sia un miracolato.

"Gli psicologi con cui ho parlato mi hanno detto che non ho reagito normalmente. In un istante ho capito e ho agito. E’ stato istintivo, ho sentito tre spari, ho girato la testa e ”lui” mi ha guardato mettendomi in gioco. E ho preso una decisione un decimi di secondo, come devo fare sul campo. Il mio riflesso è stato di mettere mia sorella dietro di me - racconta Aristide a L'Equipe -. E’ in quel momento che siamo stati colpiti. Quel riflesso, mi hanno detto gli psichiatri, è frutto del mio essere sportivo di alto livello. Ci alleniamo tanto perché certi gesti diventino istintivi quando serve".

Eppure, a terra e colpito, Aristide era sicuro di non farcela. "Ero a terra, sentivo che stavo morendo. Ho chiesto a mia sorella se era stata ferita: ”Sì, al braccio”. Poi mi ha raccontato che lo ho risposto: ”Bah, non è male”. Ho lasciato la testa cadere all’indietro, ho chiuso gli occhi, mi sono sentito morire. E’ stato il momento più duro da accettare: l’agonia prima della morte. La mia e quella della gente attorno a me" dice il rugbista.

E se l'istinto ha salvato sua sorella, è stato letteralmente il suo cuore a salvare Barraud. Che, per i medici, doveva essere nell'elenco delle vittime della strade islamica. "I medici non hanno ancora capito come non sia morto nei primi dieci minuti. E quando ho detto loro che non ero nemmeno svenuto, non ci credevano. Da un punto di visto fisiologico, ciò non era in pratica possibile. Avevo perso quasi tutto il mio sangue. Il rischio era il polmone trapassato. Volevano togliermelo. Ci hanno messo del tempo prima di decidere se operare, potevo non sopravvivere all’intervento. Un medico ha allora deciso di farmi un’ecografia al cuore. Quando ha applicato l’apparecchio e ha gridato ai colleghi: “Oh, putain! Venite a vedere, ha il cuore di un bue!" ricorda Aristide.

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