Affari italiani: il semiprofessionismo è al capolinea?

L'appello arriva da Rovigo, ma è solo l'ultima eco di una situazione imbarazzante da anni.

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Addio a quel Frankenstein sportivo che è il semiprofessionismo del rugby italiano? A dirlo è Francesco Zambelli, patron del Rovigo, che fa il punto sullo stato di salute dell'Eccellenza ovale e non è sicuramente positivo. "Se il campionato di Eccellenza rimarrà così dovremo pensare anche ad abbandonare il semi-professionismo tornando ad allenamenti pomeridiani agevolando chi studia e lavora" si legge su Rovigooggi.

Una situazione non nuova, anzi, ma che con l'accesso italiano in Pro 12 è diventato ancora più grave. Il rugby italiano, quando si parla di campionati nazionali, non interessa, non ha visibilità mediatica e non porta sponsor e soldi. Il livello medio dell'Eccellenza è sempre più basso (nonostante quello che Alfredo Gavazzi dica all'inizio di ogni stagione, ndr.) e i costi restano comunque spesso insostenibili. E, così, forse la scelta migliore è quella di fare un passo indietro e rendersi conto che il professionismo nel rugby non può scendere sotto le franchigie celtiche (e, anche lì, va rivisto molto perché i conti non sorridono, ndr.).

La causa di questa situazione è di chi l'ha creata, di chi prima - ai tempi del Super 10 - ha ucciso la Lega (e qui i colpevoli sono in primis i club stessi, ndr.) e poi - con l'avvento del Pro 12 - ha svuotato il campionato dei migliori giocatori e di interesse. Cioè la Federazione, che negli ultimi anni ha parlato più volte (sempre Gavazzi, fin dalla sua elezione, ndr.) di un progetto per rilanciare l'Eccellenza da un punto di vista sportivo e di visibilità e marketing, ma che dopo tre anni è un campionato allo sbando, abbandonato a se stesso, che perde pubblico negli stadi e davanti alla tv.

Il semiprofessionismo - ma forse sarebbe meglio parlare di dilettantismo oneroso - è un'ambiguità che sta dando il colpo di grazia al rugby italiano. O si cambia velocemente e si trova una soluzione per rilanciare l'interesse attorno all'Eccellenza (riduzione a massimo 8 squadre, incentivare e far crescere realtà mediaticamente più accattivanti, doppio tesseramento Pro 12/Eccellenza, tanto per dirne alcune), oppure l'unica via è quella indicata da Zambelli: basta prenderci in giro e tornare al dilettantismo. Che, magari, non è il massimo per chi fa propaganda 365 giorni l'anno, ma che è l'unica soluzione per evitare il tracollo totale.

Foto - Elena Barbini

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