Dibattiti ovali: Europa, dove sono gli allenatori?

Con l'addio di Lancaster solo la Francia rischia di avere un ct autoctono nel prossimo Sei Nazioni.

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Cercasi vivaio di allenatori. Potrebbe essere questo l'annuncio che il rugby europeo dovrebbe pubblicare dopo l'addio di Stuart Lancaster e i nomi di Jones, White o Cheika fatti per sostituirlo. Se l'Inghilterra dovesse, per la prima volta nella storia, scegliere un allenatore straniero (e al 99% dell'Emisfero Sud) solo la Francia avrebbe un ct francese in carica (Guy Novès, ndr), mentre Inghilterra, Irlanda, Galles, Scozia e Italia si affidano tutti a tecnici stranieri. E almeno quattro di loro (l'Italia dovrebbe puntare sull'irlandese O'Shea) non sono europei.

Un dato che è lo specchio della difficoltà del rugby europeo di produrre tecnici di spessore, o quantomeno tecnici adatti al gioco moderno in campo internazionale. O, ultima ipotesi, è lo specchio della poca fiducia o coraggio delle Federazioni a dare le chiavi della nazionale a chi allena i club. La Premiership ha 12 squadre e alcuni allenatori espertissimi, eppure nessuno di loro sembra convincere la Rfu, che ha sottolineato la volontà di un tecnico di "esperienza internazionale".

Joe Schmidt, Warren Gatland, Vern Cotter e, ora, probabilmente un altro ct dell'Emisfero Sud, sono la faccia di una medaglia che preoccupa. Cui si aggiunge che gli ultimi quattro Sei Nazioni sono stati vinti da Galles e Irlanda, entrambi con tecnici stranieri e l'ultimo successo di un allenatore europeo risale al 2011, con Martin Johnson e l'Inghilterra.

In Pro 12, poi, ci sono Wayne Pivac, Pat Lam e Les Kiss, mentre non dimentichiamo che anche le nazionale emergente che più ha convinto ai Mondiali, cioè la Georgia, è allenata dal neozelandese Milton Haig. Insomma, per puntare in alto o per crescere, oggi, l'Europa guarda lontano. Troppo lontano?

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