Affari italiani: club e federazione, mancano i manager

Un documento del Valsugana Rugby evidenzia un problema di cui qui parliamo da anni e che non può venir dimenticato in vista delle elezioni dell'anno prossimo.

<> on July 20, 2011 in Westminster, Colorado.

Si voterà tra un anno (mese più, mese meno), ma il rugby italiano è già concentratissimo sulle prossime elezioni federali. E, al di là di possibili coalizioni filo-governative o d'opposizione, quel che conta sono i problemi e le possibili soluzioni a un sistema, quello dell'Ovalia azzurra, che sta attraversando un periodo difficile.

Ieri sul sito del Valsugana (società che ha fatto parlare di sé per non aver firmato il patto veneto contro Gavazzi, ma che non appare schierata con la dirigenza federale a prescindere, anzi) è uscito un documento - che vuol essere il primo di una serie - in cui il club pone alcuni "spunti di riflessione", come dice il titolo stesso. Tema di discussione la mediocre qualità della formazione ovale in Italia, partendo dai limiti oggettivi del sistema scolastico, passando per l'incapacità federale di formare i formatori, arrivando a una velata critica del sistema delle Accademie, con la centralità della formazione nei club come punto forte del documento.

Ma a colpire è un altro passaggio, che mette il dito in una piaga che su queste pagine abbiamo evidenziato più volte in questi anni. "Il movimento nazionale ha bisogno anche di manager competenti e preparati a organizzare questi stessi processi formativi. È il grande quesito occulto e taciuto del rugby italiano, quasi un tabù, l’assenza nei club e in federazione di figure manageriali in grado di strutturare progetti e processi veramente di alto livello, sul piano economico e direzionale" scrive il Valsugana.

Professionalità, manager, persone competenti che sappiano ricoprire ruoli fondamentali non perché ex campioni, perché ex giocatori o volontari, ma perché hanno le competenze curriculari per farlo. Come si legge sul documento, infatti, bisogna "passare da un sistema di “volontariato semplice” a uno di “volontariato professionale”, cioè di volontariato inquadrato in percorsi formativi vincolanti, gestiti da professionisti, in attesa di tempi maturi per una svolta verso il professionismo". E, questo, deve avvenire in maniera piramidale.

La Federazione e i due club celtici sono i primi a dover percorrere questa strada, dotandosi in OGNI ruolo di manager competenti e la cui professionalità è indubbia; mentre i club d'Eccellenza devono fare quel salto di qualità che da anni manca (basti vedere il dilettantismo con cui viene gestita la comunicazione, per poi lamentarsi che i media non parlano di Eccellenza, ndr.), e poi scendendo cercando - nei limiti che le situazioni economiche delle serie minori pongono - comunque di professionalizzare al massimo il volontariato ovale.

Questo, ma lo scrivevamo anche quattro anni fa (inutilmente), è uno dei punti su cui chi si candiderà alle prossime elezioni federali non può sorvolare. Riformare il rugby italiano in maniera professionale (ovviamente con diversi step e livelli), pretendendo che la Fir - e a pioggia i club celtici, l'Eccellenza e le serie minori - cambi politica e affidi i ruoli chiave a professionisti veri, competenti e che sappiano mettere la propria esperienza e le proprie capacità in campo. Copiando, se necessario, le strutture dirigenziali estere. Ma facendolo rapidamente, perché i danni fatti - a tutti i livelli - da personaggi improvvisati sono sempre più devastanti.

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