Italrugby: Parisse, Datome e quei waterboy di lusso

Non è certo il problema principale, ma un certo atteggiamento mentale e psicologico è la cartina tornasole dei limiti azzurri.

during the 2015 Rugby World Cup Pool C match between New Zealand and Tonga at St James' Park on October 9, 2015 in Newcastle upon Tyne, United Kingdom.

Se i grandi sistemi sono la causa di vittorie e sconfitte, sono i piccoli particolari che fanno la differenza a volte. Quelle scelte, quelle attenzioni mentali e di squadra che magari non ti fanno vincere un Mondiale, ma sicuramente dimostrano chi ha una mentalità vincente e chi, invece, è solo costretto a inseguire.

Torniamo indietro di un paio di mesi, Europei di pallacanestro. L'Italia è in un girone durissimo, si presenta con i tre (+1) dell'NBA e punta agli ottavi di finale. Difficili, ma possibili. Il leader della squadra è Gigi Datome, magari non il più talentuoso, ma il vero uomo spogliatoio, il capitano con la C maiuscola. Sfortuna vuole che dopo una partita Datome si infortuna e i suoi Europei sono finiti. L'Italia poteva sostituirlo, trovare un 12° uomo che in un torneo lungo e impegnativo poteva risultare decisivo. Ma, invece, Gigi Datome è rimasto in lista gara fino alla fine. In panchina, vestito per scendere in campo, seppur infortunato. Perché è il capitano, perché è il leader e la sua sola presenza è fondamentale.

Salto in avanti, Mondiali di rugby. Gli All Blacks hanno pescato un girone oggettivamente facile, tranne l'Argentina gli altri match non sono preoccupanti per Steve Hansen. Che, così, può permettersi un ricco turnover, tenendo i suoi leader fuori dalla rosa di giornata. Eppure, sia Dan Carter sia Richie McCaw - non proprio i due ultimi arrivati - si sono presentati a bordo campo e si sono 'abbassati' a fare i waterboy. Entrando in campo nelle pause di gioco, con una parola per i compagni impegnati. Hanno fatto i leader, i capitani, anche se non erano in campo a prendere le botte con i compagni. E come loro altri capitani o giocatori carismatici in passato e in questa Coppa del Mondo lo hanno fatto. Sfruttando le pause di gioco per dare un consiglio, per motivare, per farsi sentire vicini ai compagni.

Perché parliamo di Datome e di McCaw? Perché nella mentalità dell'Italrugby questi due personaggi non esistono, non sono contemplati. Se le prime due partite ha dovuto vederle da Parigi per questioni fisiche, perché contro la Romania Sergio Parisse invece che in tribuna non era a bordo campo, pronto a portare l'acqua ai compagni? Magari dopo la prima meta romena al 66' una sua parola, un suo incitamento, un ricordare che la partita non era ancora finita, un sottolineare che un finale come quello visto avrebbe cancellato ciò di buono che era stato fatto per 50 minuti avrebbe potuto evitare la brutta figura azzurra nel finale. E Mauro Bergamasco? Il suo addio al rugby giocato - tanto pubblicizzato dalla Fir anche sul proprio sito - è stato un gesto spontaneo dei suoi compagni di squadra. Da un punto di vista sportivo, mentale, ma anche mediatico, se proprio Brunel doveva escluderlo (follia pura), non poteva essere lui il Richie McCaw di giornata, il 24° uomo che a bordo campo metteva la sua cattiveria sportiva a disposizione dei compagni in campo? Che immagine, mediatica, sportiva ed emozionale, sarebbe stata vedere Mauro con la pettorina del waterboy, che si 'sacrifica' fino all'ultimo per la squadra, che sia giocando o solo portando l'acqua?

Ribadiamo, i problemi dell'Italrugby sono altri e non si vincono o perdono i Mondiali con un Gigi Datome in panchina o un Dan Carter a fare il portantino. Ma, magari, si dà un segnale importante che dietro agli azzurri, dentro al gruppo e fuori in chi lo gestisce, c'è qualcuno che sta attento anche ai piccoli particolari, a quelle cartine tornasole che fanno tutta la differenza. Piccoli gesti, che sono molto più importanti e interessanti delle tante parole che - invece - dentro e fuori il gruppo azzurro vengono dette da troppo tempo.

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