Mondiali 2015: Francia (ed Europa), un flop chiamato soldi

Il campionato più ricco del mondo è la prima causa dei problemi dei Bleus. Come per Inghilterra e... Italia.

during the 2015 Rugby World Cup Quarter Final match between New Zealand and France at the Millennium Stadium on October 17, 2015 in Cardiff, United Kingdom.

Un'umiliazione, come hanno titolato i media francesi. Un 62-13 che non ammette repliche, una superiorità fisica, tecnica, tattica quella degli All Blacks che hanno messo in luce tutti i limiti di una Francia che negli ultimi anni è lontana parente di quella nazionale champagne che spaventava il mondo. Lontanissimo il 2007, lontanissimo il 2011, la Francia 2015 aveva i quarti come massima ambizione possibile.

Ma cosa manca ai Bleus? La risposta la si è intuita dalle parole di Pascal Papé, che dopo la sconfitta di Cardiff ha parlato di un "Top 14 con stipendi troppo alti, ma una competizione povera. Dove i giocatori vengono allenati male". Già, il Top 14. Il campionato più bello al mondo, quello più ricco come stipendi e dove le squadre sono stipate di campionissimi. Già, ma campioni dell'Emisfero Sud, giocatori affermati che (australiani e neozelandesi) chiudono la carriera oltralpe, o giocatori (sudafricani e argentini) che vivono il loro miglior momento agonistico il Francia.

I top team francesi sono ricchi di questi giocatori, da Dan Carter a Bryan Habana, da Matt Giteau a tutti gli altri fenomeni che sono passati o sono ancora nel Top 14. Giocatori che alzano il livello d'interesse per il campionato, che attirano tv e sponsor, che fanno girare tanti (troppi?) soldi, ma giocatori che tolgono spazio ai prodotti dei vivai nazionali. E, così, per assurdo una nazione ovale come la Francia si trova con una coperta corta.

Coperta che si accorcia, come ha sottolineato Papé, di fronte a un livello tecnico basso. Perché gli allenatori transalpini (ma non solo, il discorso vale, a diversi gradi per tutta l'Europa) ormai si sono adagiati, lasciano che a fare la differenza siano i singoli, i fenomeni, i Carter e gli Habana, senza lavorare su tecnica e tattica della squadra. Così i giovani non crescono, non imparano, non fanno esperienza - schiacciati dai campioni da un lato, lasciati a se stessi dai tecnici dall'altro - e così arrivano in nazionale senza la giusta qualità ed esperienza per combattere per i migliori.

La controprova di tutto ciò? Guardiamo ai flop peggiori di questo Mondiale, tra i top team. Oltre alla Francia, che comunque ai quarti c'è arrivata, c'è l'Inghilterra. Cioè l'altro campionato più forte e ricco del Mondo, dove gli stranieri abbondano. Dove i vivai sono sacrificati in nome degli sponsor e della tv. Cosa che non accade downunder, dove Nuova Zelanda, Australia, Argentina e Sud Africa (in questo ordine di rigidezza delle regole, ndr.) lavorano sia a livello federale sia di club (come ha detto anche Steve Hansen oggi, ndr.) affinché si favorisca la crescita tecnica, atletica e tattica dei propri prodotti, dei vivai, senza andare a pescare a mani basse altrove.

Cosa che, in parte, funziona anche in Galles, in Irlanda e in Scozia - casualmente tutte e tre arrivate ai quarti, con il Galles sconfitto ma maestoso contro il Sud Africa e l'underdog Scozia che ha ceduto all'Australia solo allo scadere. Cosa che, al di là delle parole, non accade in Italia. Dove il progetto Pro 12 sta fallendo non solo per i mediocri risultati sportivi e di visibilità, ma soprattutto perché Treviso e Zebre si sono affidate (come storicamente successo in Eccellenza, ndr.) a troppi stranieri, spesso non di livello, tarpando anche qui le ali ai potenziali giovani talenti azzurri.

Gli stranieri sono fondamentali, ma a due condizioni. Che siano pochi - lasciando spazio ai prodotti locali - e che siano di altissimo livello - facendo fare il salto di qualità alla squadra e insegnando ai giovani. Se non è il primo caso - vedi Top 14 e Premiership - o il secondo - vedi Italia - allora il fallimento è scontato. E la Coppa del Mondo 2015 ha solo certificato un dato di fatto.

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