Polemiche ovali: la Scozia e quell'uomo mercato che dà scandalo

La Federazione scozzese ha tra le sue fila un "International Resettlement Adviser", cioè una persona atta a trovare campioni stranieri per la nazionale.

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Fa un salto di qualità (?) il suk ovale. La Scozia, infatti, ha deciso di inserire nel proprio organico un consulente "per la ricerca e l'assunzione di giocatori professionisti, allenatori e altri dirigenti dall'estero, in particolare dall'Emisfero Sud". Tradotto, la Sru rende organica la ricerca di giocatori equiparabili per la propria nazionale.

Né più nè meno di un qualsiasi club che mette sotto contratto gli scout che girano il mondo alla ricerca di talenti, così anche la Scozia va in giro per il mondo a cercare campioni, o presunti tali. Certo, nulla di nuovo sotto il sole e sono tante le nazionali (Italia compresa) che si riempono di giocatori dalle lontane (e a volte dubbie) origini, o di giocatori che vengono a giocare nel Paese e dopo tre anni diventano eleggibili. Ma nessuna Federazione ha un ruolo ufficiale dedicato a ciò.

L'ultima pietra dello scandalo è il neozelandese John Hardie, 26 anni e chiamato dalla Scozia a due mesi dai Mondiali. Hardie non ha nascosto che "il mio sogno era indossare la maglia degli All Blacks, ma il rugby può essere crudele". Già, sfumati i tuttineri, ecco che viene riscoperto l'amore per la Scozia, da dove arriva la sua nonna. E Hardie non è il solo caso. Si va da Hugh Blake, neozelandese convocato per il Sei Nazioni senza aver mai vestito la maglia dell'Edimburgo, e si arriva a Josh Strauss (nella foto) e WP Nel, sudafricani e messi sotto contratto da Glasgow ed Edimburgo nel 2012, cioè esattamente tre anni prima dei Mondiali, cioè il tempo necessario per diventare eleggibili.

Le regole della World Rugby sono ormai obsolete e questo è evidente. La politica sugli oriundi e gli equiparati va riformata, perché la deriva che ha preso è imbarazzante. Fissare dei paletti per chi ha lontane origini e allungare (di tanto) i tempi per l'equiparazione renderebbe credibili le scelte dei giocatori e non le lascerebbe dei meri opportunismi in chiave Mondiale. E, soprattutto, farebbe tornare il rugby internazionale a ciò che dev'essere: cioè la sfida tra scuole rugbistiche e non, invece, la sfida tra chi sa reclutare meglio i talenti altrui.

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