Rugby Italia: nazionali che perdono non si cambiano

Il Consiglio Federale di venerdì scorso ha confermato gli staff tecnici nazionali, nonostante i risultati dell'Under 20 e dell'Italseven siano deficitari.

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Squadra che perde non si cambia. Almeno così vale il detto nella Fir. Le nazionali azzurre - a esclusione di quella femminile (a XV e 7s) e dell'Under 18 - non hanno certo brillato, eppure il Consiglio Federale riunitosi a Livorno venerdì scorso ha deliberato la riconferma dei tecnici che le hanno guidate in questi mesi. Una scelta che stride con la tanto annunciata meritocrazia e che ha portato nelle scorse settimane allo scontro tra la Fir e gli azzurri.

In particolare sono i risultati dell'Italia Under 20 e dell'Italseven a essere stati nettamente deficitari. La salvezza iridata contro le Samoa era sicuramente l'obiettivo minimo per la squadra guidata da Troncon, ma le prestazioni in campo sono state spesso più che mediocri e chiudere l'anno con un segno positivo appare quantomeno ottimistico.

Peggio è andata al Seven, che nel tour europeo che valeva per la qualificazione olimpica ha navigato sempre nelle ultime posizioni, perdendo con nazionali che non hanno certo il pedigree ovale dell'Italia. E anche a Lisbona, ultima chance di acciuffare il treno per Rio, l'Italia di Andy Vilk è stata fondamentalmente una comprimaria. Eppure sia lui sia Troncon sono al loro posto.

A questo punto, le domande che sorgono spontanee sono due: la prima è ovvia e scontata, se l'Italia perde (e male) la colpa è del tecnico? Se la risposta è sì non si capisce la riconferma, se la risposta è no va capito quale sia il problema. E qui il discorso si fa più spinoso.

Il livello dell'Italia Under 20 è nettamente sotto gli standard delle migliori nazionali del mondo, di quelle squadre che l'Italia affronta ogni anno al Sei Nazioni, per non parlare delle armate dell'Emisfero Sud. Se Alessandro Troncon va riconfermato, allora è la filiera a essere fallace. Cioè quell'Accademia di Parma che - ed è palese vedendo la qualità individuale e di gruppo degli azzurrini - non sa costruire rugbisti all'altezza delle migliori nazionali. Ma che, insieme alle Accademie Under 18, dovrebbe essere la "scuola" che forma i giocatori che poi devono misurarsi a livello internazionale seniores.

E nel Seven? Nessuno mette in dubbio l'esperienza e le qualità di Andy Vilk nella versione ridotta della palla ovale, dunque? Qui la risposta è più che banale: è l'intero progetto Seven a essere fallito, per il disinteresse della classe dirigente, per la non volontà di investirci (la Germania è ancora in corsa per le Olimpiadi e infatti nel Seven ha investito quest'anno 200mila euro con un budget federale ben inferiore a quello italiano, ndr.), per l'incapacità di coinvolgere i club per creare un circuito di Seven in Italia e per una serie di motivi che, come abbiamo provocatoriamente titolato alla vigilia del torneo di Lisbona, trasforma la nazionale italiana di rugby 7s, giocatori, staff e dirigenti, in poco più che turisti che girano l'Europa senza scopo.

Insomma, Alessandro Troncon e Andy Vilk sono stati confermati. Non saranno le vittime sacrificali (a torto o ragione) dei fallimenti dell'Italrugby giovanile e olimpica. Ma, se la meritocrazia è veramente un valore nella Fir e non è solo una bandiera dietro cui mascherare la sola volontà di risparmiare qualche migliaio d'euro in premi, allora qualcuno ci spieghi chi paga per questi fallimenti? Abbiamo perso il treno per Rio e ci ritroviamo con i migliori prospetti azzurri che arrivano al rugby seniores già con un gap incolmabile con i nostri avversari.

Va tutto bene così? Le Accademie funzionano, chi le guida funziona, i soldi investiti sono ben spesi e la politica sul rugby olimpionico è quella giusta? A noi sembra che la risposta sia no. Di chi il merito?

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