Affari italiani: Premi partita e quella meritocrazia schizofrenica

La proposta di Alfredo Gavazzi di cancellare il gettone di presenza per gli azzurri fa discutere. Nel metodo più che nel merito.

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Sta facendo discutere la volontà di Alfredo Gavazzi di rivedere i gettoni di presenza degli azzurri dell'Italrugby, ridimensionandoli e affiancando un premio partita teso a motivare maggiormente i giocatori. Una proposta che, per ora, è stata rimandata al mittente dai giocatori, e che lascia perplessi molti. Non tanto sul merito, quanto sul metodo.

Chi scrive è da sempre favorevole alla meritocrazia e, dunque, non vede a prescindere come inaccettabile il discorso del presidente federale. Legare lo stipendio alle prestazioni è giusto e giustificabile, quello che è meno è farlo come lo sta facendo Gavazzi. A partire dall'atteggiamento.

“Con me la media nel Sei Nazioni è il quinto posto, con il mio predecessore era il 5,61 posto. Quindi ho fatto bene” ha dichiarato ai giornalisti al pranzo di giovedì a Milano, prendendosi così parte dei meriti dell'Italrugby. A parte il fatto, che già abbiamo fatto notare, che il primo Sei Nazioni può difficilmente venir ascritto alla sua gestione e, dunque, le medie sono ben altre, quello che stona è ciò che Gavazzi ha detto dopo. “Non sono certo io a essere sceso al 15° posto nel ranking” ha tuonato. Insomma, se si vince “abbiamo vinto”, se si perde “hanno perso loro”. Tipico atteggiamento italico, ma che non fa bene e che svilisce la proposta meritocratica di Gavazzi.

I successi e gli insuccessi azzurri di chi sono figli? Solo dei giocatori (“Non sono io a essere sceso...”) o del movimento (“Con me abbiamo una media migliore...”)? Un premio partita (e la conseguente decurtazione dello stipendio base) va dato solo ai giocatori o, come fatto notare a Gavazzi senza ottenere risposta, andrebbe ampliato anche allo staff tecnico (e, perché no, a quello dirigenziale...)? La risposta è ovvia, si vince e si perde assieme, le colpe non sono degli uni o degli altri e, dunque, va rivisto l'intero sistema. Ma non si può fare con i contratti in essere e, dunque, non è possibile cambiare le carte in tavola per i giocatori fino all'arrivo del prossimo ct, il cui contratto dev'essere adattato a questo concetto meritocratico.

Poi, come sottolineato da molti in questi giorni, c'è un problema tra i giocatori che giocano nelle franchigie (“pagati dalla Fir” come ha detto, anche qui ambiguamente, Gavazzi) e quelli che giocano all'estero. Vanno rifatti i contratti dei primi, sull'esempio dell'Irlanda per capirci, ma si creerebbe un'ambiguità rispetto agli azzurri che giocano all'estero.

Infine, la meritocrazia dev'essere a 360°, deve valere per tutti e non può essere usata solo sul capro espiatorio di turno, cioè gli azzurri. Gavazzi è pronto a rifare tutti i contratti federali? Quelli degli azzurri, quelli dello staff tecnico dell'Italrugby, ma anche quello degli altri tecnici federali (che, spesso, nonostante i fallimenti restano ben saldi al loro posto, come anche diversi dirigenti federali, ndr.). Perché “punire” gli azzurri per le prestazioni mediocri può essere giusto, ma poi va spiegato perché non viene “punito” anche lo staff tecnico dell'Italia Under 20 che viene umiliata continuamente e perché, invece, non vengono premiati i tecnici dell'Italia femminile o dell'Under 18, che ottengono buoni risultati.

Insomma, la meritocrazia è giusta e buona, ma non può né essere a orologeria né schizofrenica. O vale per tutti, da Gavazzi in giù, o per nessuno.




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