Crisi Italia: dal calcio al rugby, quando i giovani talenti si perdono per strada

Il fallimento azzurro ai Mondiali in Brasile ha acceso il dibattito su come i giovani talenti italiani non vengano fatti crescere. Nel calcio, ma anche nel rugby, si parla di squadre B.

italia squadre b

Per la seconda volta consecutiva l'Italia del calcio non supera la fase a gironi ai Mondiali, mostrando una crisi profonda soprattutto nella creazione di giocatori di livello. E questo, nonostante a livello juniores l'Italia sia ai vertici europei e mondiali. Oggi sulla Gazzetta dello Sport il tema è stato affrontato con un'inchiesta che ha messo sotto i riflettori la difficoltà di far crescere i talenti. Una difficoltà che ricorda quella della palla ovale.

Come scrivono i colleghi della Rosea, infatti, i giovani talenti che giocano nelle nazionali juniores (under 18 e under 21) poi non esplodono e se ne perdono le tracce. Le squadre di Serie A non scommettono su di loro, li mandano in prestito o in comproprietà nelle serie minori e, alla fine, o sbocciano tardi o restano nel limbo. In Europa, nel calcio, ci sono le seconde squadre, che partecipano alle serie minori, ma che restano nell'orbita della prima squadra, vengono fatti crescere più velocemente e loro viene data fiducia. In Italia, invece, il prestito significa allontanare giovani prospetti, non seguirli nella crescita (fisica, tecnica, ma anche mentale), affidarli magari a società in crisi, senza un settore tecnico all'altezza e, alla fine, chi a 20 anni aveva potenzialità di livello internazionale a 24 anni non è cresciuto e si è perso.

Un problema del calcio, ma che con le debite proporzioni vale anche nel rugby. Un problema di cui si è già dibattuto in passato, quando la Benetton Treviso ha spinto per una seconda squadra di schierare in Eccellenza. Dove mandare quei giovani talenti che non sono ancora pronti per la Pro 12 e che oggi restano relegati alla tribuna, mentre con una seconda squadra potrebbero non solo allenarsi, ma anche giocare. Poi ci sono molti giocatori usciti dall'Accademia, talenti validi, che restano bloccati in Eccellenza perché i club - facendo giustamente i propri interessi - non li liberano per andare in Celtic League. Se hanno fortuna sono seguiti da tecnici buoni, crescono, ma se hanno fortuna. Altri finiscono nel dimenticatoio, faticano a crescere e da 20enni di talento li ritroviamo anni dopo che si barcamenano nel finto professionismo del rugby italiano.

Sono tanti i nomi che si potrebbero fare di giocatori che a livello juniores erano tra i fiori all'occhiello della nazionale italiana di rugby, ma che poi non hanno avuto la chance di fare il salto di qualità. Per alcuni, ovviamente, si tratta di limiti personali, per molti - purtroppo - si tratta di un problema di qualità tecnica a livello giovanile, dove mancano i tecnici all'altezza e dove le idee federali (più muscoli, meno skills) fanno sì che in nazionale non arrivino i giocatori più dotati tencicamente. Per altri, però, il problema è quello di non avere la chance di confrontarsi con il vero alto livello. E una seconda squadra potrebbe essere, per molti di loro, la differenza tra una carriera vincente e il dimenticatoio.


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