Rugby&Tecnica: placcaggi, dalla francesina all'argentina?

Antonio Liviero, collega de Il Gazzettino, ha analizzato oggi due novità tecniche nel mondo del rugby. Il placcaggio per evitare gli offloads, il placcaggio che toglie forza all'attacco. Due tecniche nate in Irlanda e Argentina.

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Nel rugby esiste un placcaggio che prende il nome dalla nazione che, per prima, se ne è resa artefice. E' la francesina, quello "sgambetto" fatto con una mano, in extremis. Ora, però, il rugby si è evoluto e a confronto ci sono due nuove tecniche, studiate per contrastare gli offloads. Irlanda vs. Argentina, due stili che placcano l'attacco. 

I primi sono stati gli irlandesi durante il Sei Nazioni, poi si sono evoluti e in Nuova Zelanda hanno dato il meglio in quel campo. Ma la Rugby World Cup ha visto anche l'Argentina bloccare le bocche di fuoco degli All Blacks, impedendo a Sonny Bill Williams e compagni di fare ciò che sanno fare meglio: gli offloads. A raccontare e spiegare queste novità è, oggi, Antonio Liviero sulle pagine de Il Gazzettino. Liviero è il collega che meglio di tutti sa parlare di tecnica ovale e, dunque, vi ripropongo per intero il suo ottimo articolo.


"Graham Henry avrà anche vinto con merito il Mondiale ma ha toppato di brutto le previsioni sul gioco. Aveva pronosticato il trionfo della squadra capace di passare meno per le fasi a terra. Invece in finale ha smentito se stesso. Ha vinto con una "furba" in touche, un piazzato e tanto gioco raggruppato condito di pick and go e calci. E ovviamente una grande difesa. 


Si dirà: era la finale, nessuno rischia. Peccato che ai quarti con l'Argentina i suoi avessero raddrizzato la partita ricorrendo allo stesso gioco elementare e da combattimento sull'asse profondo. Mentre in semifinale con l'Australia hanno liberato il loro "running rugby" per un tempo soltanto, con una incantevole meta di Nonu su acrobatico offload di Dugg. Per ridurre poi prudentemente il volume non appena scavato il break nel punteggio. 


Le fortune del gioco in piedi dentro le difese, ruotano attorno all'offload, gesto tecnico meglio conosciuto dalla scuola francese, e dunque da noi italiani, come passaggio sul contatto. La chiave sta nell'abilità dell'attaccante placcato di rimanere qualche istante sugli appoggi, giusto il tempo di passare la palla. Qualche anno fa il movimento corretto prevedeva la trasmissione liberando le braccia dietro la schiena del placcatore. Adesso si serve la palla in acrobazia, spesso con una sola mano e su appoggi precari. In questo modo non solo si evita il rallentamento dell'azione a terra, ma si accelera nello spazio e si destabilizza l'opposizione. 


Il grande nemico dell'offload era il placcaggio frontale alto a bloccare uomo, braccia e pallone. Poi gli Ali Blacks hanno prodotto una stupenda generazione di corridori di gran stazza fisica e dalla finte imprevedibili. Si lasciano placcare solo di lato, di striscio, da dietro: mantenendo sempre tronco e braccia liberi. 


Ma le difese non sono state a guardare. Allora avanti con i placcaggi a due: un difensore basso alle gambe e uno alto sulla palla. Unico handicap: se non impediscono il passaggio, col 2 contro 1 la difesa si viene a trovare in inferiorità numerica fuori dalla zona di collisione. E quando gli avversari sono gli All Blacks, capaci di passaggi anche solo col braccio interno, il rischio è forte. 


L'Irlanda ha sperimentato il placcaggio a due alto, tenendo su l'attaccante, per rallentare l'azione ed eludere così l'obbligo di liberare il placcato una volta a terra. Però difensori e attaccanti a contatto in piedi formano un mini-maul che può penetrare. Più efficace allora la trappola anti offloads dei Pumas contro la Nuova Zelanda: placcaggio rigorosamente alle caviglie. Impossibile rimanere sugli appoggi. I neozelandesi piombavano giù senza fare in tempo a passare. E il primo sostegno argentino era pronto in piedi a contendergli immediatamente la palla, oppure a intercettarla nel caso di offload riuscito. Comunque sia le difese hanno portato gli attacchi a terra. Rendendo il rugby del Mondiale simile a quello di un test-match e lontano dai contenuti tecnici del Super 15 o del Sei Nazioni. Più "continuity tackling" che "continuity game"". 


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