Rugby&Olimpiadi - L'Afghanistan, dalla guerra al rugby sognando Rio 2016

Rugby in Afghanistan.JPG La guerra nei campi da rugby per dimenticare la guerra nei campi minati. A passi brevi, dalle piccole cose, l'Afghanistan si rialza lentamente dai terribili decenni di guerre, dittature e bombardamenti. E se la civiltà e l'equilibrio di una nazione si vedono anche dal suo livello sportivo, possiamo dire che l'Afghanistan ce la sta mettendo tutta. Con un grande sogno: le Olimpiadi del 2016. Ce lo racconta la sempre ottima Stefania Mattana.

I ragazzi del rugby afgano si allenano su un brullo campo di terra, mentre i soliti elicotteri americani pattugliano il cielo sopra le loro teste. Pochi di loro possiedono la robusta struttura fisica del rugbista cui siamo abituati: la maggior parte di loro è magrolina, gracile, sottile, ma non si tira indietro davanti a un placcaggio. Sollevano alta la terra che il vento si porta via; corrono senza stancarsi, senza scarpe, a piedi nudi.
Il rugby afghano inizia da qui, dai luoghi dove l'orrore talebano ha lasciato segni profondi, come quelli delle bombe kamikaze che hanno spezzato le vite di migliaia di innocenti, e da dove, con la palla ovale, questi atleti vogliono fondare la loro nuova, giovane eredità sportiva. Tra un passaggio e l'altro, i ragazzi si immaginano di giocare contro gli All Blacks e gli Springboks, ma prima di centrare questi obiettivi c'è ancora molta strada da fare. Nonostante l'occupazione britannica sia stata protagonista all'interno delle dinamiche afghane, il rugby non è mai riuscito ad attecchire, anche se gli sport di contatto sono tradizionalmente praticati: anche i bambini praticano un gioco affine alle regole del rugby, mentre le guerre tra gli adulti hanno insegnato alle giovani generazioni a non aver paura di gettarsi contro gli avversari. "Non temono il contatto fisico nel gioco", conferma Steve Broocking, un volontario inglese che dà una mano alla squadra afghana, dalla organizzazione logistica e materiale a qualche dritta tecnica.
La buona volontà non manca in Afghanistan, così come la speranza per una vita normale, ma la guerra rimane una presenza prepotente, come una tetra ombra che rende tutto più gravoso. Per esempio, anche trovare un posto per allenarsi è un'impresa epica, degna delle più eroiche vittorie della storia del rugby. I bombardamenti che ancora flagellano città come Herat costringono gli organizzatori a cancellare stage e allenamenti. Anche nella capitale Kabul la vita dei rugbisti non è semplice: spesso bastano pochi metri quadrati nel parco cittadino, perché l'importante è giocare. Per fortuna, però, lo stadio Olimpico di Kabul è rimasto in piedi, e la giovane squadra ovale si ritrova di tanto in tanto lì, nell'arena dove il governo talebano tagliava le mani ai ladri e le teste ai dissidenti. Ma il regime ora sembra solo un brutto incubo, e tutti gli sport banditi dall'Afganistan stanno rinascendo dalle loro ceneri. Hockey, pallamano, calcio e il famosissimo e blasonato cricket stanno piano piano trovando la loro strada e i loro atleti "perduti".
E gli atleti ovali si augurano per il loro sport lo stesso successo toccato al cricket: la certezza del crescente interesse e sviluppo del rugby nei Paesi asiatici e mediorientali è la mano giusta che serve al movimento afgano per crescere, con l'obiettivo delle Olimpiadi brasiliane del 2016. "Stiamo lavorando in collaborazione con la Asian Rugby Football Union, investendo 3 milioni di dollari all'anno per organizzare stage e tornei. Siamo certi nel successo di questo programma" ha detto il presidente dell'IRB, Bernard Lapasset. Per abbracciare il sogno olimpico a sette, l'Afghanistan ha tante sfide da vincere. Entrare nell'AFRU prima e nell'IRB poi è semplice come un calcio tra i pali, soprattutto per chi deve iniziare dalle basi. Ma la squadra afghana non teme le sfide, perché quella più grande - quella della pace - è quasi vinta. E con la stessa pazienza, gli afgani riusciranno a vincere anche la scommessa ovale, con pratica, allenamenti, sudore e fatica. Un placcaggio dopo l'altro, un passo alla volta.


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