Affari italiani - Flaminio, l'ennesima pagliacciata del Belpaese

nervi_scoperti.jpeg Che vi fossero molti aspetti ancora non chiari nel presunto accordo raggiunto un paio di giorni fa da Comune di Roma, Fir e Fondazione Nervi sulla ristrutturazione dello Stadio Flaminio era chiaro a tutti. Che in ballo vi fossero giochini economici prima che le necessità vere di adattare la struttura alle richieste del board del Sei Nazioni pure. Ma ieri sera, durante la trasmissione radiofonica "Quelli che il rugby...", l'erede e omonimo del progettista Nervi è uscito allo scoperto.

"Abbiamo espresso il nostro parere positivo ai lavori condizionato però alla presenza della nostra famiglia nel progetto. E' normale che sia così" ha dichiarato Pier Luigi Nervi jr.. Forse in Italia è normale, ma in un Paese civile e normale non lo sarebbe. Normale sarebbe che un progetto già approvato dal Comune (proprietario dello Stadio) e dalla Fir diventasse realtà in tempi rapidi, come richiesto dal governo del Six Nations. Normale sarebbe che se c'è il nullaosta della Sovraintendenza ai beni culturali i lavori partissero. E, invece? "L'ampliamento dello stadio passerà attraverso strutture mobili più efficienti e di sicuro meno costose". Cioé verrà accantonato il progetto dell'architetto Eloy Suarez, cioé il progetto originale.
Perché? Semplice, per il motivo chiaramente espresso dall'erede Nervi "La presenza della nostra famiglia nel progetto". Il che, tradotto, significa: "Dare soldi, vedere cammello". Ma solo in Italia il cammello lo hanno gli eredi di un ingegnere.


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