Caos Italia - "Un Flaminio da 42.000 posti, o addio Sei Nazioni"

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I dati ufficiali dei tre test match dell'Italia dello scorso novembre parlano chiaro: 127.338 spettatori hanno riempito lo Stadio San Siro, il Friuli e il Del Duca, dimostrando la voglia di rugby che c'è in Italia. E rilanciando un grande problema: il Flaminio. Come scritto nelle scorse settimane, e come ribadito a caldo dopo il match di Udine dal presidente Dondi, lo stadio romano è ormai inadatto a ospitare un evento come il Sei Nazioni. Serve un allargamento, o una nuova sede. E ieri, dalle pagine della Gazzetta dello Sport, arriva un monito diretto da parte di Giancarlo Dondi: "O allarghiamo il Flaminio, o ci tolgono il Sei Nazioni". Ma dimentica qualcosa...

"Il comitato del Torneo ci ha detto 'O allargate il Flaminio a 40.000 posti, o scegliete un'altra sede, oppure ci dispiace, faremo a meno di voi'. Noi il piano per l'allargamento a 42.000 lo abbiamo già pronto e per la realizzazione i tempi sarebbero brevi, ma dipende dal Comune di Roma. Se diamo garanzie per il completamento dei lavori per l'edizione 2012, allora forse ci faranno giocare al Flaminio nel 2011, altrimenti il Sei Nazioni 2011 lo faremo da un'altra parte". Queste le parole raccolte da Simone Battaggia per la Rosea e che confermano quello che Rugby 1823 va dicendo da tempo.
Il rugby è uno sport in crescita, l'interesse per la palla ovale, da parte di appassionati o semplici curiosi aumenta anno dopo anno, le sconfitte azzurre non intaccano quell'aurea misteriosa che avvolge l'Italrugby e che fa riempire gli stadi di mezza Italia. 127.338 spettatori significano più di 42.000 a partita. E se si conta che un match è stato disputato a Udine, località non comoda da raggiungere da tutta Italia, e un altro è stato giocato contro Samoa, nome che non attira di sicuro le masse di neofiti, è un risultato che deve far pensare in ottica Sei Nazioni. Il Flaminio non garantisce un numero sufficiente di posti e questo il Board del torneo lo sa. Il Sei Nazioni deve fare un salto di livello e questo salto non può prescindere dai numeri che riesce a portare negli stadi.
Serve, velocemente, un ammodernamento della struttura romana, un adeguamento agli standard qualitativi e quantitativi degli stadi europei. E, come sottolinea il presidente Dondi, serve subito, non tra dieci anni. E chiede che le istituzioni romane siano capaci di rispondere a queste esigenze, in modo tale che l'Italrugby non debba traslocare dalla sua sede naturale, la Capitale. Se, però, continuerà la politica da parolai degli ultimi dieci anni, allora come già scritto, sono tante le città pronte a ospitare il più antico torneo ovale del mondo.
Ma i parolai si trovano un po' ovunque. Perché qui si sta facendo, purtroppo, il conto senza l'oste. Il Flaminio, infatti, è tutelato dai Beni Culturali e, soprattutto, ogni modifica strutturale deve avere l'assenso degli eredi dell'architetto Nervi, autore dello Stadio. Eredi che, fino a oggi, hanno sempre opposto un secco rifiuto a ogni proposta di ammodernamento del Flaminio. Inoltre, da quel che si sa del progetto Fir, questo prevede la realizzazione di strutture rialzate sopra alle curve e la copertura di quella che oggi è la tribuna scoperta. Insomma, sembra più un ampliamento e un miglioramento delle attuali strutture temporanee presenti nelle curve (e la cui sicurezza e bellezza potete ammirare nella foto) che una reale riprogettazione strutturale dello Stadio.
Cosa significa? Che la guerra Fir-Comune rischia di essere assolutamente inutile, semplice fumo negli occhi per nascondere l'amara verità. Cioé che l'Italrugby dovrà, comunque, andarsene dal Flaminio. Verità che non nasconde neanche troppo il consigliere federale Luigi Bernabò, romano, che sottolinea come "Entro febbraio dobbiamo dare una risposta certa al Comitato del Sei Nazioni e spero proprio che si possa iniziare presto a far diventare realtà quella che per il momento è solo un’idea progettuale. Certo non possiamo fare miracoli, ma se non presenteremo un preciso calendario di lavori saremo costretti ad andarcene da Roma". Ma all'estero nei miracoli italiani non ci credono più da tempo.

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