Caos Italia - Promemoria scozzese: "Italia attenta, la Celtic League non è scontata"

aggiungiunpostoatavola.gif

Perché qualcuno non se ne dimentichi. Un promemoria che suona di minaccia, come se i casini italiani avessero già ampiamente stufato nella terra dei celti. Che non è la terra dei cachi. Un avviso che arriva dalla Scozia, la nazione che meno vuole l'Italia in Celtic League (già hanno digerito male la nostra presenza nel Sei Nazioni), ma che non per questo dev'essere sottovalutata. L'articolo uscito su The Scotsman parla chiaro: "Italia, nessuno vi ha garantito nulla. L'accesso in Celtic League dovete sudarvelo e, fino a ora, non ci avete convinti". Perché? Perché nell'era professionistica tradizione, sentimenti e liti di condominio non contano nulla. Quel che conta è il business. E il denaro. Anche se nel movimento ovale italiano a molti questo non piace, o non vogliono capirlo.

Partiamo da due premesse. Gli scozzesi non ci amano. E Gianluca Barca non è un amante delle scelte fatte dalla Fir. Premesse importanti, ma che non possono venir utilizzate per screditare un'analisi che, purtroppo, al di là delle solite menzogne antiitaliane e di un pressapochismo e relativismo tipico di molti giornalisti britannici, contiene anche alcune verità.
Cosa dice Iain Morrison nel suo articolo? Semplice: l'Italia ha un campionato di livello basso, non sufficiente a creare un movimento a livello dell'elite mondiale e per questo ha cercato uno sbocco in Celtic League. E, fino a qui, non dice nulla di nuovo né nulla di sbagliato. Poi, però, l'affondo. Secondo Morrison, infatti, la presenza di due team italiani non porterà alcun benificio sportivo alla lega celtica, le due squadre non saranno competitive (tesi già espressa pochi giorni fa da Barca) e l'unico motivo per cui si potrebbero accettare sono i soldi. Non concordo sulle prime due affermazioni, spocchiose e patetiche viste che son dette da uno scozzese, le cui due franchigie fino a un paio d'anni fa erano tra le meno competitive del torneo. Concordo, invece, sul terzo assunto.
Soldi, business, marketing. Il professionismo si basa su questo. Purtroppo non c'è più molto tempo per la poesia e la tradizione, che sono solo il bel contorno del piatto principale. Che è il business, appunto. Quando la Fir ha bussato alla porta celtica, David Jordan ha aperto, ma ha subito messo le mani avanti: "Voi entrate, ma a noi non deve costare nulla, anzi, è meglio se ci guadagnamo pure qualcosa". Ebbene, ora ai celti sembra evidente che i costi aumenteranno, ma di guadagni non se ne vedono.
Lo dice chiaramente il big boss: "Siamo una competizione professionistica e dobbiamo valutare i vantaggi economici di un ingresso italiano". Più chiaro di così si muore. E lo ribadisce Gordon McKie, capo della SRU: "Spero che in Italia non si siano illusi che l'ingresso in Celtic League è cosa certa. La strada è ancora lunga e dovrà venir deciso all'unanimità". Unanimità, un ottimo viatico per dare il benservito a Dondi e ai suoi sogni di gloria senza sporcarsi troppo le mani. E a metterci il carico da novanta arriva dal collega Gianluca Barca, che evidenzia qual è una delle perplessità celtiche: "Treviso e Viadana, assieme, non arrivano a 100.000 abitanti e in Italia sfido a trovare una persona che sappia dove è Viadana. E' vero, in Italia ci sono 60 milioni di potenziali tifosi, ma a chi interessa un team di un paese di 15.000 anime che gioca in Celtic League?". Diretto, insultante nei confronti di Viadana (e poi per fortuna che sono io a odiarla!), ma che dice quel che il Board già da tempo pensa. Certo, se andiamo a fare le pulci sarebbe bello elencare gli abitanti di Llanelli o Galway, o guardare gli spettatori medi di Edimburgo o Glasgow, così come evidenziare i main sponsor "internazionali" di molte franchigie. Ma, come detto, la Celtic è cosa loro e sono loro a dettare le regole.

Ma perché è uscito questo articolo proprio ora? Un articolo che senza mezzi termini stronca la candidatura italiana. Semplice, perché quello che sta per venir offerto al Board della Celtic League non piace. Loro lo avevano detto fin da subito a Giancarlo Dondi "Aggiungiamo un posto a tavola, ma le condizioni le poniamo tutte noi". Messaggio che alla Fir forse hanno sottovalutato, forse hanno visto come un "pour parler" tipico italiano, o, forse, hanno sperato che, alla fine, tutto andasse come richiesto dai celti. Ma non è stato così. L'ha detto Barca. Mancano i grandi sponsor e le grandi piazze (abbiamo già dimenticato i rumors di un anno fa? Fiat... Torino... non se li era mica inventati Checchinato). E sarà su questo che il progetto celtico rischia di crollare. Affinché non succeda servirà un miracolo diplomatico da parte del presidente federale. Che dovrà far ingoiare il boccone amaro al Board, trovare una soluzione in extremis, o rinunciare e far scivolare velocemente l'Italia ovale nel dilettantismo e fuori dal Sei Nazioni. Ah, ovviamente, se il Board boccia la candidatura italiana il signor Dondi è pregato di rassegnare le dimissioni seduta stante.

 

3tempo_lavagna.jpg

  • shares
  • Mail
38 commenti Aggiorna
Ordina: