Affari italiani - Dondi e il Veneto siano coerenti e alle parole facciano seguire i fatti

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Come era facile prevedere, l'esclusione di una franchigia (qualunque fosse stata delle tre serie candidate) ha fatto esplodere malumori, minacce e quant'altro. Bene, leggendo le dichiarazioni di dirigenti, tifosi, appassionati, ma anche quelle del presidente Dondi, mi sembra di vivere in un mondo di schizzofrenici. Sì, di gente che dice una cosa e fa l'esatto opposto e poi, subito dopo, dice l'opposto e fa quello che diceva inizialmente. Insomma, dirigenti, politici e tifosi veneti da un lato, Dondi dall'altro, entrambi sembrano giocare sull'ambiguità. Se è così, amen, se non fosse così allora è ora di essere coerenti. Il tempo sta per scadere.

Iniziamo dal Veneto. Per mesi i club veneti, Treviso esclusa, hanno snobbato l'opzione Celtic. Per motivi economici, d'interesse o quant'altro. Non hanno mai veramente cercato di creare una franchigia e son stati ben felici che Benetton non li volesse. Treviso, infatti, al di là delle parole degli ultimi giorni di Zatta, è stata coerente con il Munari-pensiero: "Faso tuto mi"! Volevano entrare in Celtic da anni, come Treviso, e come Treviso hanno provato a entrare anche questa volta.
Perché? Semplice, lo si capiva sentendo gli appassionati veneti. I non trevigiani, infatti, passavano da un ostentato disinteresse celtico a un aperto ostracismo nei confronti della Benetton. La maggior parte dei tifosi veneti dichiarava che non avrebbe mai tifato né seguito la franchigia (?) trevigiana e molti, addirittura, che non avrebbero tifato per un superclub veneto se fosse stato sponsorizzato Benetton. Per la cronaca, nel Consiglio Federale siedono Enore Bagatin, Carlo Checchinato, Francesco Mazzariol, Andrea Rinaldo, Luigi Torretti, Moreno Trevisiol e Zeno Zanandrea. Tutti veneti, ma non tutti hanno votato Treviso, anzi! Ai tifosi giustamente furibondi, vadano loro (e le società che rappresentano) a spiegare cosa è successo a Bologna. Vadano a spiegare chi, dopo aver voluto lo scrutinio segreto (il presidente Dondi voleva una votazione palese!), ha voltato le spalle a Treviso (e al Veneto) pur essendo lì in nome del Veneto. Ecco, oggi che Treviso ha perso sono tutti a stracciarsi le vesti, a parlare di morte del rugby veneto, di boicottare tutto.
Allora la Celtic interessava? Allora Treviso, volenti o nolenti, rappresentava il Veneto? Allora ora da parte di tutti, dai dirigenti ai politici, che oggi si scatenano contro Roma ladrona, fino ai tifosi, arrivi un gesto coerente e forte. C'è tempo fino al 30 settembre. Si integri la candidatura trevigiana. La si trasformi in una candidatura veneta. Si uniscano, una volta tanto, le forze, gli sponsor, le istituzioni (che, piaccia o meno, a Roma sono state unite), le capacità, i bacini e tutto quell'humus ovale che fa grande il Veneto e ci si presenti con i Dogi. I veneti sono da sempre abituati a parlare con i fatti, non con le parole. Lo facciano anche ora. Forse è troppo tardi, ma tentar non nuoce. E se non bastasse, ci sono le vie legali, cui Treviso sembra strizzare, oggi, l'occhio.

E passiamo al presidente Dondi. Che l'incoerenza regni padrona in Federazione è ormai palese. Che lo stesso Dondi dica tutto e l'opposto di tutto è visibile ogni giorno. Ma le dichiarazioni, forti, del presidente dopo la bocciatura trevigiana non possono restare lettera morta. "Sono scandalizzato dall'esito del voto. C'erano quattro candidature, due più forti (Aironi e Treviso) e due più deboli. Ero abbastanza tranquillo sull'esito delle votazioni giacchè pensavo che i pronostici fossero rispettati. Invece alla fine ho visto che dalla Celtic è rimasto fuori tutto il Veneto, nella fattispecia il Benetton Treviso. Ora mi aspetto che in quelle zone avvenga una rivoluzione. Chi ha votato non può non aver considerato gli effetti catastrofici che questa scelta avrà per il futuro. Hanno voluto le votazioni democratiche, altrimenti dicevano che ero un dittatore. E questo è il risultato. Una catastrofe". Queste le parole di Dondi. Dondi, quindi, dopo che per anni ha imposto il suo volere anche sulla scelta della carta igienica in Federazione, quando c'è da rivoluzionare la palla ovale italiana diventa democratico. Una volta che ci sono in gioco il futuro e la credibilità del nostro rugby accetta di venir sconfitto. Poco credibile, ma possibile, soprattutto quando tutto portava a pensare a una votazione positiva per Treviso e Viadana. Ora sta al presidente mostrare se le sue frasi sono semplice frutto di ipocrisia o se, veramente, ci crede.
Nel primo caso alle parole non seguiranno i fatti. Si scandalizzerà, discuterà, parlerà, ma permetterà che tutto segua il suo corso naturale. Se il 30 settembre le cose cambieranno, bene, se no amen. E Dondi potrà dire: "E' la democrazia, baby".
Nel secondo caso, invece, le parole di Dondi potrebbero essere deflagranti. Perché le sue parole dicono che, secondo il presidente federale, queste votazioni sono state scandalose. Che è una scelta catastrofica per futuro del rugby italiano. Cioé, Dondi dice che i consiglieri federali hanno votato contro il rugby italiano. Probabilmente per interessi personali, per scambi di favore o, forse, proprio per far fuori Dondi.
Presidente, lei crede davvero in ciò che ha detto? Allora davanti ha due opzioni.
Prenda in mano la situazione. Si sieda al tavolo con Treviso (e possibilmente le altre realtà venete) e trovi quell'accordo che non avete trovato per otto mesi. Faccia fare un passo indietro a Munari, imponga una scelta veneta e non trevigiana. Crei una selezione federale, se è il caso, è la posizioni in Veneto, facendo partecipare tutte le realtà, Treviso in primis. O avalli la candidatura della Benetton, ma lo faccia imponendo paletti ben precisi, affinché Treviso diventi una franchigia utile al movimento e non solo un club privato. Se è davvero convinto che escludere il Veneto dal rugby che conta sia una catastrofe allora lei ha le armi per evitarla.
Se questo non è possibile, allora la scelta dev'essere più dolorosa ed estrema. Si dimetta oggi stesso. Azzeri un Consiglio Federale che sta uccidendo il rugby, come lei stesso dice, e si torni a votare. Se è convinto di poter ancora dare qualcosa al rugby italiano stringa nuove alleanze (quelle passate l'hanno tradita) e si candidi nuovamente. Oppure lasci e vediamo cosa succede. E' un rischio. Ma oggi, per non scomparire, il rugby italiano deve correre rischi.

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