Rugby&Infortuni - Dalla Francia arriva un allarme: troppi traumi cerebrali nel rugby moderno

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Ho parlato proprio ieri del problema infortuni nel rugby d'oggi, con il medico dei Lions che richiamava l'attenzione sulla eccessiva fisicità dei rugbisti moderni e su come l'esplosione corporea vista negli ultimi anni sia la causa primaria di una serie incredibile di incidenti di gioco. E dalla Francia, precisamente dalle pagine de Le Figaro (ringrazio Simone per la segnalazione) arriva un nuovo grido d'allarme. Le concussioni nel rugby sono in aumento e il pericolo per la salute, anche futura, dei rugbisti è altissimo.

"Sviluppo della massa muscolare, impatti terrificanti, calendari infernali...", inizia così l'articolo, a firma di David Reyrat, che pone l'attenzione sull'aumento delle commozioni cerebrali nel rugby e sulle conseguenze neurologiche che esse anni sui giocatori. Lo stress cui vengono sottoposti oggi i giocatori professionisti, i calendari che si allungano anno dopo anno, il lavoro (eccessivo) cui si sottopongono in palestra per plasmare i loro corpi e diventare "macchine da rugby" ha, come dice il medico della nazionale francese Jean-Philippe Hager, portato il rugby al proprio "limite di ragionevolezza".

E la situazione è veramente pericolosa. Secondo Reyrat, infatti, la strada intrapresa dal rugby moderno rischia di portare i giocatori a perdite della memoria, morbo di Parkinson e depressione. Un pericolo cui gli organismi che guidano la palla ovale stanno rispondendo con colpevole ritardo. Le Figaro porta due esempi a riprova delle proprie ipotesi. Il primo è quello di Raphael Ibanez, tallonatore dei London Wasps e dei Bleus, costretto quest'anno al ritiro dopo aver subito, nel 2008, ben tre concussioni cerebrali "Il neurologo mi ha avvertito che se continuavo a giocare a rugby avrei rischiato grosso". Il secondo esempio è quello di Serge Betsen, che agli ultimi mondiali perse conoscenza durante il match con la Nuova Zelanda, ma una settimana dopo era regolarmente in campo.

"Non ho conosciuto nessun rugbista che non abbia subito almeno cinque traumi cerebrali in vita sua" ha dichiarato un esperto. Ma i rugbisti minimizzano questi eventi, spesso con la complicità della società, del medico e dell'allenatore. Preferiscono mettere a rischio la propria salute piuttosto che rinunciare a giocare. Nonostante tutti siano a conoscenza dei rischi, infatti, né l'Irb, né le Federazioni e men che meno i club sembrano voler affrontare seriamente il problema. Un problema gravissimo, come si legge nelle parole di Jean-François Chermann, neurologo e consulente dello Stade Français: "I rischi a lungo termine esistono. Si parte dalla possibilità di sviluppare una forma di demenza pugilistica, vale a dire una miscela di Parkinson e morbo di Alzheimer, fino ad arrivare alla sindrome depressiva...".

Insomma, il rugby sta diventando troppo pericoloso. La ricerca eccessiva della fisicità ha trasformato i rugbisti in macchine, il professionismo li ha obbligati a ritmi impossibili e la minaccia di perdere il lavoro li rende meno attenti nel curarsi. Se gli organi preposti non sanno affrontare questa situazione, allora, come dice Chermann, sono i giocatori stessi che devono capire i rischi che corrono e "prendere coscienza". Prima che sia troppo tardi.

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