Sport&Media - Web, Tv e stampa: il rugby italiano non sa comunicare (II parte)

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Ho parlato nel post precedente dell'incapacità del movimento rugbistico italiano di relazionarsi con il web e con la televisione. Ora passo ad analizzare il rapporto che c'è tra la palla ovale nostrana e altri due baluardi dell'informazione e della comunicazione: la stampa e il marketing, cioé la storica e primaria fonte di notizie e quel settore comunicativo che crea i brand e fa diventare un semplice nome un oggetto di culto e un prodotto.

Stampa – Trovare notizie sul rugby in Italia è impresa titanica. Lo spazio dedicato dagli organi d’informazione è ridotta al lumicino e anche la stampa sportiva relega la palla ovale a ultima ruota del carro. Certo, la colpa è primariamente dei giornali, che hanno altre priorità, ma chi conosce il mondo dell’informazione non può non sapere che, oggi, le colpe sono di tutti. Direttori e caporedattori si sono ormai trasformati da giornalisti a manager, passano più tempo a occuparsi di marketing e politica piuttosto che di notizie e informazione. E i giornalisti si sono adattati. C’è uno stato comatoso nei quotidiani italiani che è imbarazzante, le pagine vengono fatte principalmente con i comunicati stampa o, peggio, sotto dettatura (e dittatura) degli uffici stampa. La maggior parte dei colleghi non cerca le notizie, le assorbe semplicemente e le riformula. Dalla Gazzetta dello Sport al Gazzettino, cioè il primo quotidiano sportivo nazionale e il primo quotidiano della regione più ovale d’Italia, lo spazio dedicato al rugby è sempre più ridotto. Perché non arrivano stimoli. Se i giornalisti (e i loro direttori) si sono ridotti a semplici robot, cui si immettono i dati da cui essi producono gli articoli, è il mondo ovale che deve muoversi. Creare la notizia, l’evento, diventa fondamentale. Non bastano più gli asciutti comunicati stampa, serve una politica della comunicazione più intensa e strutturata, serve creare un rapporto con i giornalisti per spronarli a scrivere, è obbligatorio proporre. Propositivi, questo devono essere gli uomini della comunicazione del rugby italiano. Dai club alla Federazione. Dev’essere dal rugby che arrivano le notizie, perché se si aspetta che siano i giornali a uscire dal torpore, allora continueremo ad avere lo spazio che c’è oggi.

Marketing – Se il rugby deve e vuole restare uno sport genuino e tradizionale, ciò non implica che non si adatti alle regole di mercato e di comunicazione moderne. Saper vendere il marchio è prioritario sia per quel che riguarda un discorso economico e finanziario sia per quel che concerne la popolarità dello sport e delle singole realtà. Il tutto bilanciato, per evitare le derive modaiole e platinate in stile Dolce&Gabbana che ben conosciamo. Serve, quindi, da parte dei club e della Federazione una politica di marketing e d’immagine forte, che sappia coinvolgere i tifosi, ma che si allarghi oltre i semplici confini degli appassionati. Soprattutto nelle grandi realtà metropolitane bisogna far sapere dell’esistenza del rugby, bisogna rendere partecipi i cittadini della presenza di squadre nella loro città e bisogna far diventare queste squadre dei brand cittadini.

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