Super 10 - Ma gli italiani dov'erano?

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Si chiama campionato italiano d'eccellenza e dovrebbe rappresentare, quindi, l'eccellenza del rugby italiano. Lapalissiano, no? E la finale del suddetto campionato dovrebbe vedere sfidarsi il meglio del meglio della palla ovale italiaca. Riempiendo uno stadio di appassionati, di tifosi che si sentono parte della loro squadra. Sabato, allo Stadio Brianteo, c'erano le curve deserte e le tribune con ampi spazi vuoti. Il perché si può spiegare con due numeri: 9 e 30.

Nove sono, infatti, i giocatori italiani schierati in campo dal Calvisano e dal Treviso su un totale di trenta giocatori. Meno di un terzo dei titolari della finalissima del campionato italiano erano italiani, per il resto un bel mix di oriundi, equiparati e stranieri. Come ci si può affezionare a un campionato del genere? Come fa un appassionato a tifare una squadra nella quale quasi nessuno dei giocatori in campo sa l'italiano? Dove i ragazzi cresciuti nel vivaio vengono fatti scappare, ammuffiscono nelle squadre minori o sono costretti ad abbandonare il rugby, perché chiusi da decine di stranieri, la cui qualità è, spesso, dubbia?

Sabato lo spettacolo sugli spalti era desolante. Quello in campo non era migliore. E' ora che i club, la Lega e la Fir si fermino un attimo a ripensare al rugby italiano. Il Super 10 non ha seguito e non affascina. La nazionale è obbligata a riempirsi di oriundi ed equiparati, visto che i giovani italiani non hanno l'esperienza necessaria per venir convocati. E anno dopo anno questa situazione peggiora. Nove trentesimi. Una vergogna per il rugby italiano che assomiglia molto al requiem per la palla ovale. Signori, o si cambia o il gioco si romperà! 

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