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Anche grazie agli oriundi e agli equiparati (vedi post precedente) la qualità del rugby italiano è cresciuta enormemente negli ultimi anni, sia a livello di nazionale sia come singoli giocatori. E qui si evidenzia la seconda peculiarità del nostro Paese. Oggi, infatti, sono molti gli italiani, come Marco Bortolami o i fratelli Bergamasco, chiamati a giocare all’estero, in Francia o in Inghilterra.
Non come comprimari, ma come protagonisti. Bortolami, leader della nazionale italiana, in pochi mesi ha guadagnato la fascia di capitano anche a Gloucester, il club dove milita adesso, e con il quale ha raggiunto la finale del campionato più vecchio al mondo, nella culla del rugby moderno. I figli degli emigranti tornano in Italia per rappresentarci nel rugby mondiale, ma, come succede con i cervelli, l'Italia non sa valorizzare questo patrimonio e costringe a una fuga dei muscoli. La Federazione e la Lega rugbistica italiana non sfruttano l'enorme potenziale, i club non possono trattenere i campioni, i quali sono costretti a emigrare. Il già citato Martin Castrogiovanni, pilone giovane e di belle speranze, dopo cinque anni nel Calvisano è emigrato nuovamente, destinazione Gran Bretagna. E oggi, nel suo secondo campionato in Inghilterra è diventato una leggenda. Considerato uno dei migliori giocatori che militano Oltremanica, ha dovuto abbandonare l'Italia per trovare una squadra e un campionato che lo sapessero valorizzare. Insomma, dopo un secolo la storia si è ribaltata, almeno in parte. Questi campioni hanno ripercorso la stessa tratta che i loro padri, i loro nonni e bisnonni percorsero all’inverso tempo fa. Riscoprendo lo stesso orgoglio e la stessa felicità che loro avevano andandosene, con la promessa di ritornare. Moltissimi, quasi tutti, non hanno potuto mantenere questa promessa. Per loro, oggi, lo fanno i loro nipoti, cresciuti e diventati campioni di rugby. Sperando che l'Italia non li faccia scappare ancora.
Ciao D. forse per la prima volta non sono totalmente
d'accordo con te, non tanto con il concetto ma con gli esempi che porti, quello di Bortolami lo trovo assolutamente e meravigliosamente pertinente, anche se vado in assoluta contro corrente, io mi sono chiesto spesso che "fine" avrebbero fatto i "famosifratelli" se non fossero finiti sotto l'ala
protrettrice del "signor D" (visto che va tanto di moda questa nomenclatura, loro (come altri) hanno fatto molta esperienza grazie alla nazionale e anche grazie a questa esperienza sono stati rivendibili all'estero (indubbio il potenziale di base di almeno uno dei due...), troverei più pertinente un Galon; altro discorso sul quale sono non dalla tua parte è quello di Castrogiovanni (ricordiamoci che è un oriundo), in un intervista di qualche tempo fa a Martin lo stesso ricordava e ringraziava la società di avergli permesso di passare a Leinster nonostante il contratto lo potesse in un certo senso legare , ma entrambe le parti avevano capito l'importanza (non solo economica)
dell'esperienza inglese... ciao ciao :)
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alle 22:52
Duccio
Ciao P., benvenuto!
Analisi perfetta e mi trovi d'accordo al 100%. Probabilmente mi sono spiegato male nel post... infatti io sono convinto che a Bortolami, ai fratelli Bergamasco e a Castrogiovanni (come a molti altri italiani emigrati in Francia e Inghilterra) abbia fatto benissimo andare all'estero. Quello che volevo dire, è che la Lire, i club italiani e la Fir non riescono a fare un lavoro sulla qualità del rugby in Italia, un lavoro che permetterebbe ai giocatori di crescere restando in Italia. Il discorso sarebbe molto lungo da fare, i motivi sono tanti... ma è chiaro che oggi come oggi, per passare da buon giocatore, da ottimo giocatore a campione bisogna andare all'estero. Spero che, un giorno, il campionato d'eccellenza italiano diventi realmente di eccellenza e che un buon giocatore potrà diventare un campione anche giocando a Calvisano, a Rovigo o a Treviso.
Ciao